
Il Governo Meloni appare in una condizione di evidente logoramento. Tre anni e mezzo di attività esecutiva non sono una 'passeggiata'. Tuttavia, una stabilità imperniata attorno a un principio di mera durata, in politica è una ben triste arte. Praticata, generalmente, nei regimi autoritari. Non ci troviamo in quelle classiche situazioni 'democristiane' che, in passato, portavano alla costituzione di governi deboli o 'di attesa', che servivano solamente a far passare le 'buriane', come per esempio gli esecutivi 'balneari' affidati, di solito, alla guida di Giovanni Leone. Più semplicemente, siamo nelle classiche condizioni che prevederebebro un 'tagliando', un rinnovamento della compagine di governo all’insegna della discontinuità. Servirebbe, cioè, formare quel tipo di esecutivo a cui segue sempre l’avverbio latino 'bis'. Una possibilità implicitamente prevista dalla Costituzione 'formale' della Repubblica italiana, a patto che esistano i numeri per assicurare al nuovo esecutivo la fiducia in parlamento. Ma proprio il 'fastidio' per le aule parlamentari rimane la caratteristica più evidente delle forze di destra oggi al potere. E non soltanto in Italia. Siamo di fronte a una sorta di preconcetto, che considera il parlamento un luogo inaffidabile, che impedisce ogni rapidità decisionale. Ma il 'decisionismo' non è un comportamento meccanico o automatico: un semplice atteggiamento. Un leader realmente ‘decisionista’ non riempie l’ordinamento giudiziario di decreti il più delle volte totalmente inutili, trasformando il parlamento in un organo di ratifica di quanto stabilito a Palazzo Chigi. E se qualcuno sollevasse la questione innanzi alla Corte costituzionale attraverso un conflitto di attribuzione qualsiasi tra poteri dello Stato, finirebbe, per l’ennesima volta, col delegare alla magistratura il compito di rielaborare e reindirizzare la produzione normativa della politica, al fine di renderla compatibile con i princìpi costituzionali. Come si dovrebbe comprendere dopo l’esito referendario del 23 marzo scorso, è proprio la politica a non voler legiferare e a trasferire, indirettamente, ad altri organi dello Stato ogni responsabilità interpretativa e decisionale. Anche e soprattutto nei casi di quelle norme supportate da motivazioni di urgenza assolutamente parziali, per non dire discutibili. E’ questo 'fastidio' per le procedure parlamentari, insomma, ciò che produce una vera e propria paralisi: un’interpretazione della Costituzione limitata esclusivamente al suo profilo 'materiale'. Senza comprendere che è proprio questo tipo di dissociazione a creare divisioni. Il pragmatismo non è un valore assoluto sin dai tempi di Giuda Iscariota, che alla fine decise di tradire il figliolo del falegmane di Nazareth perché non voleva mettersi a capo della rivolta ebraica, dominata dalla classe degli zeloti. E’ un qualunquismo totalmente privo di princìpi, quello delle destre populiste: un 'richiamo ai tatticismi' percepito, il più delle volte, in modo inconsapevole. Come quel giocatore di scacchi che ricorre, di continuo, alla mossa dell’arrocco. Anche nel gioco del biliardo esistono modalità simili di disimpegno difensivo: si nasconde la 'bianca' e non si rischia mai l’apertura del gioco. Persino nel gioco del calcio esiste una scuola ben precisa in tal senso, se proprio si vuole andare a scomodare la vecchia tattica iperdifensiva del 'catenaccio' di Nereo Rocco. Tuttavia, evitare i 'rimpasti' indebolisce l’azione di un governo. Lo rende più incerto, poiché dimostra un’evidente mancanza di prospettive. Giulio Andreotti era solito definire tali circostanze con la locuzione: “Tirare a campare”. Non ci vuole tutto questo sforzo di fantasia, per riuscire a comprendere che un determinato 'ciclo' politico si è ormai esautirto. Il Governo Meloni sta attraversando una fase di forti tensioni politiche: il contraccolpo per la sconfitta referendaria è ricaduto sull’intera strategia esecutiva, che adesso dev’essere rielaborata e ricalibrata per non far finire 'fuori rotta' il Paese nel suo complesso. Di fronte alle emergenze economiche e internazionali, un presidente del Consiglio degno di questo ruolo istituzionale non può limitarsi a 'tirar dritto' e a non trarre conclusioni. In secondo luogo, formare un nuovo esecutivo all’interno di una legislatura non è un dramma. E non è nemmeno un cedimento a determinate consuetidini 'bizantine' del passato, bensì riflette un contesto internazionale decisamente mutato, rispetto a quello dell’ottobre 2022. Non voler riavviare l’azione di governo è la dimostrazione plastica di una desolante povertà di idee, di una sconcertante mancanza di coraggio. Non stiamo parlando della fine anticipata della legislatura, ma della semplice apertura di una 'nuova fase', dettata da circostanze puramente fisiologiche: nessuno intende rievocare le degenerazioni o l’instabilità della prima Repubblica. Per dirla con il poeta: “E’ una questione di 'ventilazione' o di sapere che cos’è normale”.
Direttore responsabile di www.laici.it