Vittorio Lussana

In Italia, a causa di una cattiva, anzi inesistente, cultura dello Stato, prevale tra i cittadini una sorta di storico distacco nei confronti della politica. Il forte astensionismo elettorale nasce da un non riconoscimento, da parte del popolo, nei confronti dell’attuale ceto politico. Il quale, ricordiamolo, dovrebbe 'promanare' dal popolo. Una promanazione impedita da una lunga serie di leggi elettorali, che hanno fortemente limitato l’esercizio del diritto 'attivo' di eleggere i propri rappresentanti. In pratica, sono stati proprio i Partiti politici a darsi la 'zappa sui piedi' da soli, trasformandosi in semplici comitati elettorali, molti dei quali addirittura personalistici, come se vivessimo in una perenne campagna elettorale. Persino gli incarichi di governo sono divenuti funzionali a una continua ricerca di visibilità mediatica, in totale contraddizione con un principio basilare della democrazia: l’esercizio della propaganda non spetta ai governi, bensì ai Partiti. Purtroppo, il prevalere dell’individualismo, della chiusura egoistica e del narcisismo autoreferenziale hanno messo in crisi ogni genere e tipo di sistema associativo. La partecipazione democratica ha assunto caratteristiche assai più vicine al 'tifo' da stadio o alle 'mode' che aggregano tendenze attorno a delle mere futilità. Sono le capacità aggregative, cioè la possibilità di formare gruppi di persone intorno ad alcuni progetti comuni, a essere entrati in crisi. Bisognerebbe, perciò, recuperare un’idea di politica da intendere secondo una 'chiave di lettura' non arcadica e più popolare, poiché non possiamo essere popolo senza riuscire a definire la nostra identità e le nostre radici. Altrimenti, saremo sempre dei singoli individui 'atomizzati'. E’ un concetto impoverente e arretrato, quello di voler salvaguardare unicamente il singolo individuo, affinché questo se ne resti da solo: non è liberalismo, ma sterile qualunquismo. L’individuo, da solo, si omologa alle mode e assume comportamenti che non sono affatto autonomi, bensì indotti dalla società che lo circonda. La Chiesa cattolica, ancora oggi, è un soggetto dotato di una propria capacità aggregante, poiché riesce a rappresentare una comunità organizzata, con livelli assai diversificati di adesione e una struttura in grado di proporre un’identità non transeunte e non virtuale. Ma un cittadino dovrebbe definirsi, innanzitutto, come italiano ed europeo, prim'ancora che appartenente a una comunità religiosa. La religione ha rappresentato un sostegno alle popolazioni del passato, altrimenti destinate alla disperazione, poiché le ha riscattate dal pericolo della perdita di ogni identità. Princìpi che oggi ci appartengono, come la giustizia, la carità, il rispetto delle leggi e, persino, l’impegno intellettuale, sono stati spesso contraddetti, ma anche 'sorretti' dalla fede cristiana. Quindi, il cristianesimo rappresenta una 'radice' molto importante della nostra Storia. Ma la stessa identica funzione dovrebbe essere valida anche per l’antifascismo e la Resistenza. Due fenomeni che hanno rappresentato dei valori, poiché hanno fornito un carattere al nostro Paese, all’interno di un’ideale di libertà, di sacrificio, di devoluzione di sé, per andare verso una maggiore giustizia sociale tra i cittadini. In seguito, nel dopoguerra, si è sviluppata l’economia e si è realizzata la scolarizzazione di massa: un’altra stagione che, bene o male, ha donato un carattere agli italiani. Chiunque abbia un minimo di coscienza storica e un’identità da offrire, ha tutto il diritto di proporla e di cercare di convincere gli altri: è questa, la vera essenza della democrazia. Ma per far questo, serve un 'pensiero critico' da parte dei cittadini, in grado di riequilibrare certe nostalgie verso gli assolutimi 'tribali'. Non basta il cosiddetto 'uomo forte', in politica: esso deve necessariamente circondarsi anche di una buona 'squadra' di governo, che sappia indirizzare l’intero Paese con competenza e consapevolezza. Proprio per evitare ciò a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti, in cui gli errori dei un leader assertivo e solitario possono trascinare il mondo intero verso il disastro. La politica è anche il luogo della riflessione, della comprensione tra distinti gruppi politici, dell’approfondimento competente. Insomma, dovremmo tornare a riscoprire anche una certa professionalità della politica, anziché correre dietro a ogni novità o alla prima 'faccia differente' che ci capita di incontrare per strada. Politici improvvisati, che traggono la loro leadership rincorrendo la cronaca o inseguendo i social network, tradiscono una cronica mancanza di visione globale. Ha perfettamente ragione Pier Luigi Bersani: non si può riformare un Paese a 'segmenti' o a 'pezzettini'. Occorre, invece, ritornare alle grandi visioni politiche, rilanciando quelle culture riformiste che hanno saputo modernizzare questo Paese, con ordine e gradualità.

 




Direttore responsabile di www.laici.it

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