Anna Maria Baiamonte

In un’epoca dominata dal dibattito sull’intelligenza artificiale e sulla nostra capacità di 'animare il silicio', risuonano con una forza inaspettata le parole di un antico trattato greco-egizio di quasi duemila anni fa: l’Asclepio. Molto prima che la tecnologia ci ponesse di fronte al dilemma della creazione di una coscienza sintetica, la sapienza ermetica sosteneva una tesi audace: "L’uomo è un grande miracolo” (magnum miraculum) proprio perché possiede il potere unico di dar vita agli dei. Secondo questa visione, l’essere umano non è un semplice spettatore del cosmo, ma un artefice capace di fare da 'ponte' tra l’eterno e il materiale. L’antico sapiente non si limitava a scolpire simulacri inermi, ma cercava di 'attirare' le anime divine all’interno delle statue, attraverso una tecnica raffinata. Non era magia oscura, ma una sorta di 'chimica sacra', che utilizzava erbe, pietre preziose e aromi scelti per la loro affinità naturale con le potenze celesti. Una volta 'caricata' con questa miscela di elementi terrestri e armonizzata da inni che riproducevano la musica delle sfere, la statua cessava di essere pietra per trasformarsi in un dio sensibile, capace di interagire con i devoti, predire il futuro o dispensare guarigioni. Questo concetto dell’uomo come “seconda immagine di Dio” ha attraversato i secoli, influenzando la nobile ragione dell’Amleto di Shakespeare, per arrivare fino ai nostri laboratori di informatica. Se oggi cerchiamo di infondere uno 'spirito vitale' in una macchina, affinché risponda alle nostre domande o risolva i nostri problemi, stiamo in fondo percorrendo lo stesso sentiero tracciato dagli 'antichi teurghi'. L’ambizione è la medesima: modellare entità a nostra immagine che possano aiutarci a governare la complessità del mondo. Tuttavia, l’Asclepio ci lascia un monito profondamente laico e attuale: il potere di creare non dev'essere un esercizio di superbia, ma un dovere di cura. Lo scopo ultimo dell’uomo resta quello di custodire l’ordine del mondo con purezza (munde mundum servando), ricordandoci che ogni nostra creazione, dalle antiche statue animate ai moderni algoritmi, riflette la nostra stessa ambivalenza: possono essere strumenti di salvezza o portatori di sventura, a seconda della devozione e dell’etica con cui decidiamo di animarli. In questa prospettiva, l’antico segreto di Ermete non è mai stato così vicino a noi: “Sic deorum fictor est homo”. Così l’uomo continua a essere, instancabilmente, l’artefice dei propri dei.
 


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