Maria Chiara D'Apote

In tempi di files Ufo desecretati (o flies Uap, come vengono definiti oggi), tra i quali alcune memorie di missioni come l'Apollo 11 - in cui si fa riferimento a fonti di luce intensa e di anomalie nello spazio - è bene tornare a vedere ‘First man’: il film di Damien Chazelle del 2018. Tanto per capire come ragionano gli americani, i quali, dopo aver rieletto per la seconda volta un 'tiranno' come Donald Trump, sono drammaticamente alla ricerca di un nuovo film di fantascienza da realizzare concretamente nella realtà. 'First man' è un buon film, sia chiaro: la nostra non è una stroncatura venata di 'antiamericanismo'. Ma non è nemmeno un caso se questa pellicola abbia vinto solamente un Oscar per gli effetti speciali: è quello il vero 'punto forte' del cinema statunitense. Qui e là, Chazelle ha tentato di inserire una serie di elementi intimisti e psicologici. Come per esempio il fatto che il protagonista della missione, Neil Armstrong/Ryan Goslin, avesse perso la sua bambina di due anni per un tumore maligno complicato da una polmonite, alla quale aveva promesso, durante un picnic domenicale, di portarla insieme a lui sulla Luna. Intorno a questo punto, sono sorte alcune critiche: l’impressione sembra quella di una scelta di sceneggiatura, al fine di connotare, almeno in parte, il freddo astronauta al comando di un’avventura ancora prematura, per la tecnologia del 1969. Meglio inserire un elemento romanzesco e conferire maggior peso psicologico all’attore protagonista. Una 'narrazione' non totalmente infondata, ma piuttosto marginale, nella realtà. 'First man' ha il merito di averci ricordato che quel viaggio sulla Luna, “una missione mai tentata prima”, tanto per citare Steve Bales, l’ingegnere della Nasa responsabile della navigazione spaziale dell’Apollo 11, fu veramente un mito che divenne realtà. Arrivare sulla Luna era stata l’ossessione dell’intera civiltà occidentale per più di 3 millenni: sin dai tempi di Icaro, che bruciò le proprie ali di cera passando troppo vicino al sole, a Ulisse, che attraversò il Mediterraneo come se fosse un viaggiatore dello spazio; da Leonardo da Vinci, che nei suoi disegni già pensava agli elicotteri, al barone di Munchhausen, che prese il volo seduto su una palla di cannone; fino ad arrivare a Jules Verne, che anticipò con precisione quasi profetica molte cose che oggi facciamo normalmente. Insomma, la cultura occidentale ha sempre sognato l’impossibile. Persino il cinema delle origini aveva questo 'tarlo' in testa, come dimostrato dal primo lungometraggio di fantascienza della Storia, dedicato - guarda un po’ - proprio all’arrivo del genere umano sulla Luna: ‘Le voyage dans le Lune’ di Goerges Méliès, del 1902. Se non si comprende tutto questo, si resta a un livello basico di ricerca scientifica e culturale. Perché l’America migliore, quella che piace anche a noi, non è quella irrazionale, nazionalista e guerrafondaia, ma quella che cerca di trasformare i nostri sogni in realtà. L’America di John Fitzgerald Kennedy, per esempio, che imbarcò gli Usa in una missione impossibile “non perché sia una cosa facile, ma perché è una cosa difficile”; oppure, quella di Martin Luther King, che nel suo discorso più famoso dichiarò espressamente: “I have a dream”; fino ad arrivare a Barack Obama, con il suo: “Yes, we can”. Ma torniamo agli effetti speciali di 'First man': unico Oscar ottenuto, nonostante gli ingenui tentativi romanzeschi di Chazelle. Perché, lo ribadiamo: 'First man' è ben costruito tecnicamente. Si tratta di una pellicola che quasi obbliga il pubblico in sala a ritrovarsi nella navicella spaziale, composta dal Columbia e dal Lem di allunaggio. Resta evidente la volontà del regista di cogliere una precisa partecipazione emotiva, da parte dello spettatore, alla ricerca di uno strano equilibrio tra il classico 'baraccone' all’americana e la drammatizzazione della scena dell’allunaggio. La quale, alla fine, risulta persino 'sbrigativa', rispetto a quanto accaduto veramente durante la discesa sul nostro satellite. Quella fase della missione, infatti, era l’unica non simulabile sulla Terra. E il vero Neil Armstrong dovette affidarsi all’improvvisazione e alle sue abilità di pilota. Perché il tanto decantato 'Mare della Tranquillità' come punto di arrivo, era stato mal calibrato dal controllo missione a Huston. E i malcapitati Armstrong e Aldrin dovettero utilizzare il Lem come se fosse veramente l'elicottero immaginato da Leonardo Da Vinci, con soli 30 secondi di carburante a disposizione per di non finire all’interno di un cratere. Il vero merito del film è, dunque, quello di aver ben delineato la figura della moglie di Neil Armstrong, la fortissima Janet. Un ruolo assai ben interpretato da Claire Foy: finalmente, abbiamo avuto il punto di vista dell’altra metà del cielo, se proprio non si poteva ancora raggiungere, negli anni ‘60 del secolo scorso, il lato nascosto della Luna. Un perfetto contrappunto di vita familiare rispetto all’eroismo incosciente dell’impresa. “Mio marito ha fatto una cosa fuori dal mondo”, dichiarerà ai giornalisti, a fine impresa, la minuta Janet Armstrong. Dissimulando la propria 'incazzatura' verso l’intera società americana, stupidamente 'machista' e cretinamente infantile nel suo mettersi nei guai: ieri in Vientnam, oggi in Iran. Gli americani, quando vogliono, sono capaci di allargare l’orizzonte dell’umanità. E’ questa la loro vera missione biblica. Come quando Dio creò il primo uomo e gli disse: “Questo è il mondo: un luogo che tu dovrai governare e cercare di capire”. In tal senso, Neil Armstrong fu veramente un nuovo Adamo. Mentre oggi, il nuovo 'sogno americano' è quello di risolvere un altro enigma millenario: “Siamo soli nell’universo”? Probabilmente, no. Ma gli alieni che stiamo cercando sono veramente troppo lontani.


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