Vittorio Lussana

Intervista alla scrittrice, giornalista e saggista di nuovo in libreria con i suoi ‘Appunti femministi’, editi da Bordeaux

In un tempo in cui la produzione teorica rischia spesso di separarsi dall’urgenza del reale, il lavoro di Eleonora de Nardis Giansante si colloca in una zona di attraversamento: tra militanza e riflessione; tra analisi sociologica e scrittura giornalistica; tra esperienza vissuta e costruzione critica del sapere. Il volume che raccoglie i suoi scritti non è soltanto un’antologia, ma un dispositivo di lettura del tempo. La scelta dell’ordine cronologico non risponde a una logica archivistica, bensì a una precisa intenzione politica: rendere visibile la storicità del pensiero, le sue fratture, i suoi ritorni, le sue trasformazioni. Ne emerge una mappa stratificata, in cui il femminismo si configura come pratica viva, mai pacificata, attraversata da tensioni e continuamente ridefinita alla luce dei mutamenti materiali e simbolici. Al centro, un’intersezionalità intesa non come formula teorica, ma come metodo situato, capace di mettere in relazione genere, classe, razza, lavoro e potere. E ancora: una postura riflessiva che assume l’autocritica come elemento costitutivo della militanza, sottraendola tanto alla rigidità dogmatica, quanto alla neutralizzazione accademica. In questa conversazione, Eleonora de Nardis Giansante torna sui nodi fondamentali del suo lavoro: il rapporto tra tempo e scrittura, il senso politico dell’autocritica, il legame tra femminismo e lotta di classe e la responsabilità — tutt’altro che pacificata — di consegnare un pensiero alle generazioni future. Nel suo rifiuto di ogni chiusura sistematica, questo lavoro di Eleonora de Nardis Giansante si offre, perciò, come attraversamento, più che come approdo: un invito a pensare il femminismo non come identità stabilizzata, ma come pratica critica in movimento. Un pensiero che accetta di esporsi al tempo e, proprio per questo, di restare vivo.

Eleonora de Nardis Giansante, il suo nuovo libro si apre con una scelta forte: l’ordine cronologico come dispositivo critico. Perché era importante rendere visibile il tempo del pensiero?
“Perché il pensiero non è mai fuori dal tempo che lo produce. Ordinare i testi cronologicamente significa rifiutare l’idea di una teoria che si presenta come compiuta, coerente, lineare. Al contrario, volevo che emergessero le discontinuità, le contraddizioni, persino gli errori. Il tempo, in questo senso, non è uno sfondo neutro, ma una forza che incide: obbliga a prendere posizione, espone a revisioni, impone di fare i conti con ciò che si è detto e con ciò che si direbbe oggi. E’ lì che il pensiero si mostra per quello che è: un processo, non un sistema chiuso”.

Nei suoi testi ritorna spesso l’idea di autocritica come pratica politica: in che modo si distingue da una semplice revisione retrospettiva?
“L’autocritica, per come la intendo, non è un gesto difensivo, né una presa di distanza da ciò che si è stati. Non si tratta di ‘correggere’ il passato per renderlo più accettabile nel presente. E’, piuttosto, un esercizio di responsabilità: riconoscere che il proprio pensiero è situato, che nasce dentro rapporti di forza, dentro condizioni materiali ben precise. Senza questa pratica, la militanza rischia di irrigidirsi, di diventare identitaria, incapace di trasformarsi. L’autocritica, invece, tiene aperta la possibilità del cambiamento, senza rinunciare alla radicalità”.

Lei insiste molto sull’intersezionalità come pratica, più che come categoria teorica: cosa significa concretamente?
“Significa evitare che l’intersezionalità diventi un’etichetta vuota, un lessico da esibire. Per me, è un metodo di lettura del reale: vuol dire interrogare costantemente come genere, classe, razza, lavoro e potere s’intrecciano nella produzione delle disuguaglianze. Non si tratta di sommare oppressioni, ma di coglierne la struttura, le connessioni. E’ un approccio che obbliga a uscire da analisi parziali e a confrontarsi con la complessità delle soggettività politiche. E, soprattutto, è un metodo che ha implicazioni pratiche: orienta il modo in cui si costruiscono lotte, alleanze, conflitti”.

Nel libro emerge con forza il legame tra femminismo e lotta di classe: perché lo considera un nesso irrinunciabile?
“Perché il conflitto di genere non esiste in astratto. E’ sempre iscritto dentro rapporti economici e materiali. Il capitalismo contemporaneo produce e riproduce disuguaglianze che attraversano i corpi, il lavoro, la vita quotidiana. Se il femminismo non si misura con queste dinamiche, rischia di diventare compatibile con l’ordine esistente, di limitarsi a rivendicazioni che non mettono in discussione le strutture profonde dello sfruttamento. Parlare di lavoro salariato, di precarietà, di riproduzione sociale non è un’aggiunta al discorso femminista: è il suo terreno costitutivo”.

La sua scrittura attraversa registri diversi: analisi sociologica, intervento giornalistico, riflessione militante. Come convivono queste dimensioni?
“Non le vedo come ambiti separati. Sono forme diverse di una stessa esigenza: intervenire sul presente. A volte, serve l’analisi più strutturata; altre volte, la rapidità dell’intervento giornalistico; altre ancora, una riflessione più situata e personale. Ciò che le tiene insieme è la ‘postura’ politica, non la forma. E anche qui torna il tema della non neutralità: ogni scrittura è posizionata, risponde a un’urgenza, prende parte”.

Nel libro, lei esplicita i suoi posizionamenti, i suoi limiti, i suoi ‘spostamenti’: è una scelta che va contro una certa idea di oggettività del sapere?
“Sì. E volutamente. L’idea di un sapere neutro, disincarnato, è una finzione che storicamente ha legittimato gerarchie e asimmetrie di potere. Rendere esplicito il proprio posizionamento non significa rinunciare al rigore, ma assumerne fino in fondo le condizioni. E’ un gesto epistemologico, prima ancora che politico: riconoscere che si parla sempre da un luogo, da un’esperienza, da un intreccio di condizioni materiali e simboliche”.

In ogni caso, il volume non si presenta come una sintesi, ma come una ‘mappa critica’: che tipo di lettura si aspetta da chi lo attraverserà?
“Non mi interessa offrire un percorso lineare o rassicurante. Mi interessa, piuttosto, che il libro venga usato: discusso, contestato, magari anche rifiutato in alcune sue parti. E’ una mappa, appunto: indica traiettorie, ma non prescrive direzioni. Se può servire a generare conflitto, a riaprire domande, allora ha senso”.

Nelle ultime pagine si rivolge esplicitamente alle generazioni future: che tipo di rapporto immagina tra questo lavoro e chi verrà dopo?
“Non penso in termini di eredità da conservare. Anzi, mi interessa l’opposto: che questi testi possano essere superati, messi in discussione, persino smontati. Alle generazioni future non chiedo fedeltà, ma radicalità. Ogni tempo ha le sue condizioni, le sue forme di oppressione, le sue possibilità di trasformazione. Il femminismo, se vuole restare vivo, deve essere capace di reinventarsi continuamente. Se questo libro avrà un senso, sarà solo nella misura in cui contribuirà a questo processo, non certo se verrà assunto come punto di arrivo”.

'Appunti femministi' (Bordeaux Edizioni, 2026) uscirà il prossimo 15 giugno con la prefazione della filosofa, Francesca Romana Recchia Luciani e la postfazione della sociologa, Anna Simone, ma è già disponibile in 'preorder' a questo link: https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/appunti-femministi/




(intervista tratta dal sito www.funweek.it)

 

Lascia il tuo commento

Nessun commento presente in archivio