Vittorio Lussana

Ben pochi sono i riscontri di carattere sociologico ai quali far riferimento, al fine di inquadrare un certo estremismo come la forte volontà di alcune avanguardie di battersi contro le ingiustizie del sistema capitalistico globalizzato. Questo è solamente un alibi di matrice giustificatoria: non si tratta di operai o di giovani lavoratori in rivolta contro lo Stato, secondo la nota formula 'gramsciana' della rivoluzione, bensì di ragazzi marginalizzati, che coltivano il sentimento della violenza e dei disordini come esclusivo strumento di lotta. Altrettanto poco persuasive sono tutte quelle letture di matrice ideologica che cercano di 'disegnare' questi sovversivi come dei giovani delusi che non riescono a intravedere metodi diversi dalla guerriglia, in una società in cui il ricambio politico e l’alternanza democratica appaiono obiettivi assai poco 'digeriti' dal 'sistema–Paese'. L’unica spiegazione per tali assurde suggestioni rimane, perciò, quella antropologica: alcuni giovani smarriscono la memoria verso ogni coordinata culturale di riferimento (intransigentismo radicale, esigenze di una trasformazione dei rapporti sociali e familiari, necessità di nuove forme di educazione civile) nella convinzione che il disordine e la violenza siano l’unica risposta possibile per il cambiamento del Paese, rinunciando aprioristicamente a 'produrre discorso' o limitandosi all’individuazione di alcuni generici nemici, assoggettando altresì ogni norma di comportamento senza 'ancorare' minimamente le proprie scelte e le proprie idee a una qualsiasi obiettivo idealmente nobile. Il fenomeno è perciò 'fotografabile' solo attraverso la formula della 'degenerazione bellicista': nell’universo militare non ci si pongono problemi di 'qualità morale' delle proprie azioni, poiché non esistono orrori o crudeltà, ma solamente questioni di 'congruenza' tra mezzi e fini. Un’etica 'dimostrativa', tutta legata a un’ossessiva ricerca di visibilità 'mediatica', che diviene preponderante rispetto a ogni 'etica della convinzione'. Alla base di tutto questo vi è sempre un 'brodo subculturale' totalmente imperniato su un acuto senso di irresponsabilità, sull’idea che si possa predicare senza agire o agire senza dichiarare le proprie intenzioni, che non si paghi mai per nulla, che non si debba render conto a nessuno del proprio operato. E si è sempre delineata un’abitudine alla violenza nel suo doppio aspetto di affermazione di potere e di riconquista di un’appartenenza comunitaria: fare qualcosa di supremamente proibito significa, per questo genere di individui, imboccare una 'scorciatoia' che permette loro di allacciare legami che, altrimenti, non saprebbero come stringere in altro modo. Inoltre, dev’essere assolutamente sottolineata la perversa persuasione che quel che conferisce 'forza' sia l’elevatezza del 'livello di scontro': una 'overdose' di antagonismo che l’anarchico-rivoluzionario deve forzatamente inoculare nei propri atteggiamenti, poiché quanto più si è 'duri', tanto più è elevata la possibilità di vincere. Infine, vi sono ulteriori elementi di non secondaria importanza: una mentalità 'immediatista'; il rifiuto di ogni etica del lavoro; un linguaggio tutto giocato sul 'massacro' della sintassi e sulla ripetizione ossessiva degli slogan; una fragilità psicologica in cui grave si avverte la profonda debolezza verso ogni senso di identità, insieme a una patetica assenza di 'anticorpi' contro la paura della morte.

In questa confusionaria mentalità demagogica, ogni richiamo al marxismo-leninismo 'duro' e 'puro', al materialismo dialettico, al pensiero operaio, alla lotta di classe, alla dittatura del proletariato o alla stessa cultura anarchica di 'bakuniana memoria' risulta totalmente astratto e ideologico: conta assai più l’assorbimento di precise tendenze degenerative della società contemporanea, l’introiezione di 'figure di crisi' rispetto alle quali i comportamenti 'deviati' si collocano in un rapporto di ‘specularità’. Come non riflettere, a proposito di questo genere di irresponsabilità, alla ritirata storica della borghesia italiana? Al suo vile 'ripiegamento' nel privato? Alla propria indifferenza verso i problemi concreti dei cittadini? Come non cogliere, a proposito di stereotipi militareschi, i nessi esistenti tra il bisogno di una vita 'elementare' ed eterodiretta con i vari espedienti messi in atto per ridurre ogni complessità sociale mediante tecniche di controllo e di 'disinformazione' dalla precisa discendenza autoritaria? Come non chiamare in causa, al di là di quanto si creda o si pensi, il modello liberistico 'mandevilliano' teorizzato da Milton Friedman? Come mai nessuno riesce a fare 'mente locale', in proposito di 'autovalorizzazione' e di rifiuto di ogni principio 'laburistico', a quei rivoli di assistenzialismo che sono sempre 'sgorgati' dal nostro contraddittorio sistema di welfare, che spesso aiuta chi in realtà non ne ha bisogno e abbandona al proprio destino il precariato giovanile, nella più totale assenza di ogni meccanismo di ricambio generazionale in tutti i campi e in tutti i settori del mondo del lavoro e delle professioni? Come non mettere a bilancio, a proposito di afasia e di 'sterilità valoriale', il generale impoverimento qualitativo del nostro sistema didattico nazionale? Diciamocelo chiaramente: sono queste le vere cause generatrici di intere schiere di 'giovani senza passato', i quali continuano a non sentirsi parte di una Storia troppo diversa dalla loro e che si ostinano a collegarsi ad alcune tradizioni grazie a un lessico da rivoltosi o a grammatiche iperideologizzate. Si tratta di persone che non riescono a elaborare un dignitoso 'sistema dei segni', le cui uniche forme di elaborazione spontanea discendono da 'zattere ideologiche' tanto assolute, quanto incerte.

Ecco, dunque, il vero motivo dell’opzione anarco-insurrezionalista: l’idea di rivoluzione, per questi gruppi di rivoltosi, è sempre e assolutamente un concetto 'fotografico', meramente 'statico'. Non si tratta di un qualcosa 'in divenire', basato su una serie di trasformazioni graduali da incardinare attorno a un disegno concreto di società 'rinnovata', bensì della ricerca di una 'polarizzazione' selvaggia, da tifoseria di 'ultras', con relativa violenza negli stadi. Se si vuole veramente capire fino in fondo questo genere di fenomeni, si deve cominciare a cogliere la dimensione 'nichilista' e autodistruttiva di tanti giovani, che all’estrema sinistra come nell’estrema destra, decidono di aderire alle culture populiste dell’antipolitica in quanto metodo di lotta: un fattore che pesa in misura assai notevole tra le loro motivazioni interiori. Non si tratta di un nichilismo 'drammatico' derivante da forme di disperazione civile alla Pier Paolo Pasolini, bensì di una 'supponenza' di natura etimologica, in cui il 'nulla' deriva da una totale mancanza di ogni senso delle relazioni che si intrattengono, delle azioni che si commettono, degli ambienti che si frequentano. Un universo psicologico in cui non solo non esiste nessuna 'frontiera' tra bene e male, ma persino i sentimenti risultano banditi, dove capire e osservare la realtà diventa un qualcosa di noioso, di superfluo o di fuorviante. Da tali caratterizzazioni è disceso, in passato, l’ideologismo 'dimostrativo' e la spietata 'strategia omicidiaria' delle Brigate Rosse. E fino a quando la politica non riuscirà a elaborare delle risposte soddisfacenti, l’ignoranza, l’astrattezza e la vacua prosopopea continueranno a giocare un ruolo a dir poco 'subdolo' all’interno della nostra società. Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia i populisti – di destra o di sinistra che siano - per metterli di fronte alla loro irresponsabilità, alla propria ignoranza rispetto alla reale composizione della società italiana; agli innumerevoli cambiamenti che in essa sono intervenuti; alle speranze, ai desideri, alle abitudini e ai modi di vita che, oggi, la contraddistinguono. Anche al fine di far comprendere alle generazioni future che una piazza messa a soqquadro non corrisponde affatto a un’insurrezione imminente, ma rappresenta una forma di idiozia, che rischia di 'inchiodare' l’opinione pubblica dalla parte di una 'macchina' burocratico-corporativa indolente, pigra e totalmente inefficiente.
 




Direttore responsabile di www.laici.it

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