Giulia Diamante Genovese

Lo abbiamo atteso per due decenni e, finalmente, è arrivato. 'Il diavolo veste Prada 2', uno degli eventi cinematografici principali di quest’annata, è approdato nelle sale, conquistando incassi record al box office mondiale e ottenendo anche un ottimo riscontro da parte della stampa estera. Mentre i titoli di testa de 'Il diavolo veste Prada' – tratto dal romanzo omonimo di Lauren Weisberger – avevano l’accompagnamento musicale di 'Suddenly I see' di KT Tunstall, questo sequel si apre, invece, sulle note di 'End of an Era', di Dua Lipa. Il brano dell’artista britannica, contenuto nel suo ultimo album, 'Radical Optimism', rispecchia letteralmente lo spirito di cui, sin dall’incipit, si dimostra intriso il film. 'Fine di un’era', per l’appunto: ovvero, il tramonto del giornalismo cartaceo e l’avvento di quello digitale, passando per la nascita e il dominio consequenziale dei social media tra post e 'meme' pronti a diventare 'virali' in un nanosecondo e a surclassare, per visibilità, articoli e inchieste ben più autorevoli. Andy Sachs vince un’importante premio giornalistico e, contemporaneamente, viene licenziata 'in tronco' dalla rivista per cui lavora. Per una serie di circostanze, torna a lavorare per 'Runway' e, insieme alla direttrice, Miranda Priestly, deve affrontare cambiamenti 'epocali', che potrebbero rivoluzionare l’identità del giornale stesso e la 'mission' per cui era stato fondato. Nonostante siano passati vent’anni, 'Il diavolo veste Prada 2' non mostra le 'rugheì del tempo e conferma caratteristiche e atmosfere che avevano reso iconico il suo predecessore. Con un brio e una freschezza di egual carisma, la pellicola apre ai nostri occhi 'l’armadio delle meraviglie': abiti firmati a mai finire; un reparto costumi con indumenti e gioielli sponsorizzati da Schiaparelli a Dior, fino a Tiffany & Co. Anche l’udito viene appagato con una 'soundtrack pop' piena 'zeppa' di 'hit'. Oltre all’immancabile 'Vogue' di Madonna – ripresa in versione Bette Davis Dub and 12 inch – si distinguono tre inediti firmati da Lady Gaga: 'Runway' – in duetto con Doechii – che ha già scalato le classifiche radio; 'Shape of a woman' e 'Glamorous Life'. La camaleontica Lady Germanotta ha, inoltre, anche un cameo da attrice: un breve dialogo condiviso con 'Sua Altezza Meryl Streep' e un’esibizione musicale durante una sfilata. David Frankel e Aline Brosh McKenna ci riavvicinano, abilmente, ai personaggi datati 2006 e alle loro storie personali, creando una connessione emotiva che ci fa sembrare di averli 'lasciati' solo ieri. In tal modo, regista e sceneggiatrice danno un impressivo senso di continuità tra i due film. In alcuni momenti, si ha quasi la sensazione di vedere più un 'remake' che un secondo capitolo. Ma non si tratta di un difetto: entrambi scelgono di tracciare una linea narrativa molto fedele all’originale, il quale viene rievocato in più sequenze. Le due più emblematiche sono rappresentate dal confronto risolutorio tra Andy e Miranda in automobile – verso il finale – e dal momento in cui Nigel porta Andy nello sfavillante guardaroba di 'Runway', per procurarle una 'mise' adatta a un pranzo organizzato da Miranda. Se poi la narrazione originaria prevedeva anche una trasferta a Parigi per la Fashion Week, stavolta l’azione si sposta in Italia e, nello specifico, a Milano – altra capitale indiscussa della moda e sul lago di Como. Questa volta ritroviamo una Andy molto più sicura di sé, nonostante la rivale Emily le faccia notare quanto le sue sopracciglia siano “rimaste sempre le stesse” e la Miranda 'luciferina' del primo capitolo si addolcisce un po', mostrandosi, più vulnerabile, ma sempre capace di mantenere il distacco e l’aplomb che la direttrice del fashion journal più importante al mondo deve avere. Frankel e McKenna riservano, poi, dei colpi di scena e delle situazioni inaspettate, che mantengono alto il ritmo della pellicola, contribuendo alla dinamicità del plot. Il segmento girato e ambientato in Italia sgancia sorprese e si avvale, perfino, di simbolismi biblici. La moda e 'Runway' stessa vengono definite un 'credo' al pari di una religione. E, se così fosse, Miranda Priestly ne sarebbe, ovviamente, la leader suprema. La sera prima di rientrare negli Stati Uniti, tutto lo staff della rivista partecipa a una cena all’interno del convento della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Milano, dove vi è dipinto 'Il cenacolo' di Leonardo da Vinci. E la scena dell’affresco in cui compaiono, non a caso, Gesù Cristo e Giuda – diventa una metafora di un tradimento verso Miranda da parte di un suo sottoposto. Insomma, 'Il diavolo veste Prada 2' vede riunirsi il gruppo di star in grande spolvero, formato da Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci. I quattro blasonati interpreti 'hollywoodiani' mostrano, ora più che mai, una forte chimica. Ed è anche grazie a loro che le aspettative riposte in questo 'sequel' risultano, a nostro parere, soddisfatte. Il film è perfettamente contestualizzato nel 'qui e ora'. E oltre a mantenere lo status quo di opera d’intrattenimento, si fa anche elogio del 'quarto potere'. Un prodotto cinematografico che invita al 'sogno glam' di passerelle, serate di gala e outfit luccicanti. Anche quando si tratta dello sfoggio di una borsa Dior da 3 mila dollari, che però, come sottolinea Andy, in molte possono “solo sognare di avere”. Un’istantanea del 'fashion star system', con un’impronta di satira sociale piuttosto spiccata. David Frankel chiude il film con una sequenza dallo stile 'hitchcockiano': il palazzo della sede di 'Runway' visto dall’esterno tramite una 'carrellata' all’indietro, che mostra le vetrate della redazione con i vari personaggi all'interno. La piramide con Miranda in cima e tutti gli altri al di sotto, si trasforma in un’architettura che imprime l’importanza del lavoro in team, capace di far vincere sempre, nel giornalismo e nella moda come nella vita.
 


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