Elisabetta Lattanzi

Nei giorni in cui si svolgeva la XXXVIII edizione del Salone del libro di Torino, presso il complesso Lingotto Fiere, abbiamo incontrato vari scrittori, tra i quali il romanziere Sacha Naspini, autore di numerosi racconti e romanzi: 'Le case del malcontento' (edizioni e/o - 2018), vincitore del Premio Città di Lugano e Città di Cave, nonché finalista al Premio Città di Rieti; ‘Ossigeno’ (edizioni e/o - 2019), vincitore del Premio Pinocchio Sherlock-Città di Collodi e 'Diventare bestia' (sempre per le edizioni e/o - 2026) ultima uscita in ordine cronologico, ma non per importanza. Abbiamo, dunque, colto l’ccasione per rivolgergli alcune domande.

Sacha Naspini,  le sue opere, come 'Le case del malcontento', narrano spesso delle parti più intime e inimmaginabili degli esseri umani. Segreti di uomini, donne e ragazzi che portano un ‘peso’ dentro: dolore, insoddisfazioni, paura, violenza, vergogna, rabbia, sentimenti repressi. Secondo lei, l’umanità non è più capace di essere felice?
“Oggi le persone vogliono 'essere viste', considerate, ascoltate, sentirsi parte importante di qualcosa. Chi soffre per queste mancanze, s’intristisce. In un mondo frenetico, dove conta solamente apparire, è difficile trovare il ‘mindset’ giusto: forse, ‘verbalizzare’ certi temi è complicato, ma invitare le persone a parlarne potrebbe essere un modo per liberarsi e tornare a sentirsi meglio”.
 
Nei suoi romanzi torna di frequente il tema, a lei caro, dell’adolescenza: ma com’è stata la sua?
“L’adolescenza è un 'mostro' con tante teste, che mi richiama. Ho 49 anni, ma mi sento ancora oggi connesso a quel mondo. L’adolescenza è una rivoluzione interna - sentimenti, emozioni, desideri, sogni - ed esterna: il tuo corpo che cambia”.

La Maremma, sua terra natale, è spesso lo sfondo dei tuoi romanzi: secondo lei, vivere in posti meno caotici, rispetto alle grandi città, permette di osservare meglio il mondo che ci circonda e, quindi, favorisce la creazione di personaggi ‘veri’ o di persone che, potenzialmente, potrebbero essere nostri vicini di casa?
“La Maremma, per me, è un’occasione per via della sua geografia, esterna e interna. E’ affascinante raccontare il piccolo, per arrivare a raffrontarlo con il grande”.

In 'Ossigeno', il padre di Luca è uno stimato professore che, all’improvviso, viene arrestato davanti agli occhi del figlio, il quale non aveva il minimo sospetto sul suo genitore. Da qui comincia un vero e proprio dramma dell’identità: quanto somigliamo ai nostri genitori?
“L’identità genetica, quella del sangue, non ha via d’uscita e Luca deve farci i conti. Io penso che i genitori siano il primo modello di riferimento. Pertanto, quando accadono cose simili, è come se ci crollasse il mondo addosso: ci si sente smarriti e diventa necessario ‘riprogrammare’ qualcosa da capo. L’Io viene spinto a conoscere quello che non sa di se  stesso”.

Altro argomento frequente nelle cronache quotidiane è il bullismo, che lei tratta nel romanzo: ‘Ragazzo’. Contrasto e prevenzione sembrano non bastare e il ‘branco’ colpisce con inaudita violenza: per quale motivo?
“I motivi sono diversi: difficoltà economiche, periferie abbandonate, degrado, famiglie assenti e mancanza di stima in se stessi. Tutto ciò spinge a compiere gesti estremi, per farsi notare sui social. Anche la rabbia, la solitudine e la noia hanno un peso, perché spesso s’incontrano ragazzi figli di persone assolutamente perbene”.

Come 'recuperare' questa parte di ragazzi che finiscono sulla strada delle devianze?
“Ci dev’essere un dialogo costante con i giovani, perché spesso i genitori non sanno niente di loro. Bisogna partire dai genitori, i quali devono avere a cuore l’educazione dei loro figli”.

Il tema della XXXVIII edizione del Salone di Torino era “Il mondo salvato dai ragazzini”, titolo di un noto libro di Elsa Morante: è così?
“I ragazzi offrono un nuovo sguardo sul mondo, che è sempre salvifico. E’ uno sguardo rivoluzionario, perché il mondo è loro”.


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