
La moda italiana dalle tradizioni alla natura: la stilista botanica ci racconta, in questa intervista, il suo lungo percorso di lavoro e il suo approdo etico e spirituale alla Biofilia
In un tempo in cui anche la moda corre veloce, Eleonora Riccio sceglie la via della lentezza della ricerca e del gesto artigiano. Stilista appassionata di botanica, ha costruito un percorso creativo in cui l’abito non è soltanto 'forma', ma racconto, memoria e relazione – quasi simbiotica – con l’ambiente. Le sue collezioni nascono dall’incontro tra eleganza, recupero delle radici e sperimentazione botanica. Stoffe naturali e pigmenti estratti da piante, fiori, bacche, radici e scarti agricoli diventano strumenti di creazione, trasformandosi in colore, identità e sperimentazione tessile. Figlia di un’artigiana, Eleonora Riccio porta nella moda una sensibilità profonda per il fatto a mano, per il dettaglio e per la tradizione. Dopo esperienze con realtà affermate della moda internazionale, ha scelto di dare vita al proprio 'brand' fondando un linguaggio personale, che unisce sartorialità, sostenibilità e femminilità. Le sue creazioni spaziano dal prêt-à-porter all’alta moda, con capi pensati per donne diverse, da valorizzare nelle loro linee con naturalezza. La sua moda non impone una forma, ma accompagna il corpo, restituendo alla bellezza una dimensione autentica, poetica e consapevole. Tra i progetti più recenti, s'inserisce anche 'Xenia: petali di poesia' di Elena Rossi, progetto letterario, artistico e solidale a cura di Armando Curcio Editore, nato per sostenere l’oncologia pediatrica. In questa occasione, Eleonora Riccio ha messo a disposizione alcuni capi per vestire l’autrice e non solo, conferendo colore e immagine alla poesia alimentando la catena d’amore per i più piccoli affetti da patologie oncologiche. Abbiamo incontrato Eleonora Riccio per farci raccontare la sua storia, il suo rapporto con la natura, le sfide dell’imprenditoria creativa e il valore poetico della sua arte.
Eleonora Riccio, ci racconta la sua infanzia e il primo incontro con la moda?
“Il mio interesse verso la moda è nato sin da quando ero piccola. Sono cresciuta in una famiglia amante della moda e dell’arte: mia madre, negli anni ’60 del secolo scorso, lavorò come sarta per alcuni grandi stilisti che hanno fatto la storia, come Emilio Schuberth e Roberto Capucci, mentre mio padre era un dipendente della Standa e faceva il vetrinista. Il loro amore verso questo settore, la storia della moda e del costume, la storia del design e dell’arte, ha sempre fatto parte di me e del mio percorso di crescita. Quando, finalmente, ho potuto decidere il mio percorso, la scelta è facilmente ricaduta verso l’Accademia di Costume e Moda di Roma. Mia madre è stata, per me, una grande maestra di vita e di lavoro. La sua passione e dedizione assoluta verso il lavoro è stata totale. Con lei, mi divertivo ad andare in giro per vedere mostre ed esposizioni di vario genere. E questo mi ha permesso di appassionarmi a mia volta, di esplorare il mondo della moda sia dal punto di vista tecnico, sia teorico. Attraverso di lei ho capito, per esempio, come va costruito un abito, quali sono i vari tessuti che il mercato propone, come cadono, la qualità e fattura di un capo, la cura del dettaglio. Tra i suoi insegnamenti più importanti: quello di mettere amore in tutto quello in cui ci si adopera, perché l’amore è energia e questa energia si propaga”.
Ma come nasce questo suo 'connubio' tra moda e botanica nel suo lavoro?
“La mia tesi, in Accademia, è stata un’analisi dei pigmenti in arte e nella moda dai primordi fino ad arrivare ai giorni nostri. In sostanza: una profonda e minuziosa ricerca della storia del colore, in cui ho approfondito non solo gli aspetti legati alla materia, ma anche le valenze psicologiche e simboliche, perché un colore non solo lo si vede solamente, ma lo si ‘sente’. Nell’antichità, i pigmenti, fino all’avvento dei coloranti di sintesi, venivano estratti da minerali, insetti o piante. Scoprire perciò come da una pianta si potevano estrarre determinati colori, mi ha estremamente affascinata. Mi sono messa, a mia volta, a sperimentare e così sono nate le mie collezioni con tessuti tinti non solo con piante ‘tintorie’ – Isatis Tinctoria, Rubia, Indigofera – ma anche con frutta e verdura. Ovviamente, per la tintura non si possono utilizzare tutti i vegetali: alcuni non sono stabili sul tessuto. Tuttavia, il binomio moda e agricoltura/botanica è stato un grande successo. E quando ho fondato il mio brand e ho iniziato a coniugare territorio, storia della moda e del costume, storia del colore e dei pigmenti – per cui ho attivato dei progetti di coltura di piante tintorie – l’idea è risultata davvero rivoluzionaria”.
Quando ha capito che la sua passione poteva diventare un brand?
“Durante le mie esperienze lavorative, appena uscita dall’Accademia di Costume e di Moda di Roma, (Gianfranco Ferrè, Salvatore Ferragamo). Ho compreso che mancava sul mercato un brand di Prèt a Porter e Haute Couture che potesse soddisfare le esigenze di clienti desiderose di indossare capi di qualità distanti dal mondo del fast fashion, magari non tossici per la nostra pelle e per il mondo che ci ospita. Le tinture naturali, infatti, non sono tossiche per le persone. Per cui, vanno incontro alle diverse problematiche che molti consumatori, oggi, hanno, come dermatiti e allergie cutanee. Il mondo della moda, tra parentesi, è il secondo settore più inquinante al mondo dopo quello petrolifero. L’avvelenamento delle acque è dipeso sia dalle plastiche, sia dai coloranti artificiali delle aziende tessili. Non solo del settore del fast fashion, in cui il poliestere regna sovrano, ma del semplice abbigliamento di cui ci disfiamo, fatto sostanzialmente di polimeri derivanti dal petrolio, che non puo essere riciclato. Le plastiche di questi tessuti, anche durante i lavaggi in lavatrice, si disperdono nell’ambiente, aggravando la salute del nostro pianeta. Scavando ancora più a fondo, poi si scopre che il settore della moda, per produrre più velocemente le sue collezioni, vendute in modo massivo in diversi nei negozi o su diverse piattaforme online a basso costo, preferisce coltivare con diserbanti chimici, estremamente dannosi per i territori. Come, per esempio, nelle piantagioni di cotone, in cui i coltivatori, già sottopagati e sfruttati, si ammalano. Il nostro meraviglioso pianeta, per questioni di business applicato allo stremo, ha già depredato le nostre risorse naturali; gli alberi che ci forniscono ossigeno, come quelle piante che danno azoto ai terreni, vengono abbattute o coltivate o gestite in modo insano. Senza rendercene conto, stiamo andando verso l’assoluta distruzione. Al contrario, il modo in cui concepisco la mia moda e i miei clienti è quello di sentirsi parte di Madre Natura, della Terra e dell’universo in cui viviamo. Le piante non sono solo esseri ‘verdi’ che decorano gli spazi e gli ambienti, ma tramite esse noi ci cibiamo, ci nutriamo, ci curiamo e respiriamo. Inoltre, oltre a essere i veri padroni di questa Terra – in merito, consiglio la lettura dei testi del neurobiologo vegetale, Stefano Mancuso – sono esseri intelligenti, sprigionano energia, ci donano benessere. E vivere in ambienti verdi ci allunga la vita. La mia moda, assolutamente ‘green’, invita a riflettere su tutto questo. Tanto che, per alcuni accessori, come i foulard, accompagno l’articolo con una sorta di ‘plants card’ per spiegare la nomenclatura delle piante utilizzate. Ciò al fine di far comprendere al consumatore finale il valore delle piante, le loro proprietà e il rispetto che dobbiamo avere verso il mondo che ci ospita”.
Come prende forma un capo di Eleonora Riccio, tra tessuti naturali e pigmenti vegetali?
“Penso che gli abiti o gli accessori, come i foulard che realizzo, hanno sempre una storia: uno ‘storytelling’ importante. Alcuni tessuti vengono tinti con il materiale di scarto delle aziende agricole; altri sono stati tinti ‘en plein air’ per esempio, nella Riserva dei Laghi Lungo e di Ripasottile vicino a Rieti, dove per più di due anni viene coltivata, solamente per me, la Isatis Tinctoria-guado: una pianta importante, anche anticamente, in Italia, da cui si estraeva – e si estrae ancora oggi – un colorante azzurro. Con questo colore, insieme agli operatori della Riserva, abbiamo tinto più di 60 metri di tessuto che è poi divenuto una collezione ispirata al grande Piero della Francesca: un artista la cui famiglia coltivava e vendeva questa pianta. Ovviamente, il cliente che decide di acquistare un accessorio o un abito con un tessuto tinto in questo modo, cosa potrà vedere e percepire? Che suggestione ne potrà trarre? I miei non sono solo abiti ben fatti: ho a cuore il ‘Made in Italy’ e l’artigianato. A me interessa donare una suggestione, portare la persona a riflettere sul lavoro che vi è dietro quel manufatto. Inoltre, la bellezza di donare un racconto fatto di semi che nascono lentamente nel terreno, prendono vita e divengono materia da cui estrarre un colore, che parla di arte e delle nostre tradizioni, è pura magia. Lavorando con le piante, le quali sono energia pura, mi viene da pensare, inoltre, che esse siano capaci anche di proteggere e donare il loro spirito. Tutto questo ha certamente un impatto benefico, per la persona che indossa. Nel mio ‘agri-atelier’, io combino arte, natura, moda, artigianalità e ‘Made in Italy’. Tutto questo è poesia: un mix che rende speciali le mie collezioni”.
Quale progetto ha rappresentato, per lei, la sfida più importante?
“La mia vita è una costante sfida. Forse, non ha caso ‘TV 2000’ mi ha voluta rappresentare in un docufilm intitolato: ‘Donne che sfidano il mondo’. Come stilista non mi limito a creare solo bei vestiti, ma ho una visione più ampia, che mi ha permesso di dare il via ad alcuni progetti insieme ad alcune riserve naturali, associazioni o collaborazioni con progetti sperimentali su tinture naturali o fibre naturali con alcune università. Nel 2019 è nata, per esempio, la collaborazione con l’associazione ‘Donne in Campo’, partner della Cia (la Confederazione italiana agricoltori, ndr), in quanto mi ero appassionata al lavoro di alcune imprenditrici agricole. Mi stupì nel constatare come la mia ‘vision’ fosse assolutamente in linea con la loro. Decisi, per questo, di scrivere una e-mail alla presidentessa dell’associazione, che in seguito mi invitò in sede a conoscerla. Il mio lavoro stupì tutti, sia la Confederazione, che l’associazione ‘Donne in Campo’, la quale mi propose di diventare una sorta di testimonial del progetto ‘Agritessuti’, perché le mie creazioni erano il perfetto binomio tra agricoltura e moda. Operare nel campo della sostenibilità e della moda ‘green’ significa lavorare in modo etico, avere cura del pianeta Terra, delle persone che lo abitano, concepire il lavoro stesso non solo come impegno per generare capitali, ma come un atto, una missione per creare ricadute positive che possano dare buoni frutti anche per il domani. Dato il mio impegno verso la sostenibilità attraverso alcune sfilate ed eventi, sono poi entrata in contatto con l’Università di Firenze e il dipartimento ‘Dagri’, che mi ha proposto di approfondire ulteriormente la questione attraverso una comunità di donne indigene artigiane del Nord Ovest dell’Argentina, di cui la principle referente è Liliana Pastrana. Liliana, insieme al suo gruppo di donne ‘Warmi Pura’, tinge lana e altri filati con i coloranti estratti da alcune piante locali che sono studiate e preservate proprio dall’Università di Firenze. È nata, quindi, l’idea di spedire loro delle sete per poter essere tinte attraverso queste piante che rilasciano colori unici e introvabili sul mercato, per poi essere vendute in Italia. Ciò consentirà al gruppo ‘Warmi Pura’ di essere supportato. Tra i miei progetti futuri, dopo aver scoperto la biofilia – un tema che ho conosciuto tramite l’incontro con la studentessa Monia Bianciotto, laureata e con un master in architettura sull’argomento – ho compreso ancor più nitidamente di che pasta fossi fatta e cosa cercassi davvero di comunicare con il mio operato: la ‘Biofilia’. Per i miei progetti futuri, oltre all’approfondimento dell’argomento, spero di proseguire il mio lavoro di coltura di piante tintorie presso la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile, o in quale altra riserva o parco naturale. E di realizzare una mia sfilata di Prèt a Porter e Haute Couture dedicata alla Biofilia, insieme ad altri progetti diffusi sul territorio, come quello che sto curando con il Parco delle Colline Metallifere e l’Università di Siena, che al momento rappresenta è la mia sfida più grande”.
Quali difficoltà incontra, oggi, come imprenditrice nella moda sostenibile e artigianale?
“Una stilista sostenibile e artigiana deve conciliare la tutela dell’ambiente, le pratiche etiche e la sopravvivenza economica in un mercato dominato dalla produzione di massa. Le principali difficoltà riguardano: a) l’approvvigionamento etico: reperire materiali certificati e tracciabili, come tessuti biologici o filati riciclati, comporta costi molto più elevati rispetto all’industria tradizionale: b) prezzo e consapevolezza: far comprendere al consumatore finale il prezzo reale di un capo etico, che riflette il valore di lavorazioni sartoriali uniche. E’ difficile e per nulla scontato sapersi muovere in un sistema viziato dal ‘fast fashion’, che ha abituato il pubblico a prezzi ‘stracciati’ o è inflazionato dai ‘brand di lusso’, i quali spingono all’acquisto del marchio o del logo da sfoggiare; c) la rete di vendita: i brand indipendenti, gli artigiani e le piccole botteghe faticano a integrarsi negli ‘showroom’ e nei circuiti commerciali tradizionali, spesso strutturati per logiche di sovrapproduzione e grossi quantitativi: d) la sopravvivenza della manifattura: le imprese artigiane affrontano la progressiva scomparsa di competenze e maestranze locali specializzate, a causa della delocalizzazione industriale”.
E come affronta tutto questo ogni giorno?
“Ricopro il ruolo di presidente Cna Federmoda di Roma, che è la Confederazione nazionale dell’artigianato della Piccola e Media impresa. Cerco, quindi, di valorizzare le nostre aziende e il ‘Made in Italy’. Come stilista sono determinata, appassionata e una grande sognatrice. Per cui, nel tempo, ho trovato il mio personalissimo modo di fare moda, di concepire la moda e di farmi sempre più conoscere”.
Quale ruolo ha la poesia nella sua ricerca creativa?
“Faccio parte del mondo dei creativi, di quelli che trasformano, attraverso la propria sensibilità, il dolore in bellezza. L’arte, nelle sue molteplici forme, è poesia. E la poesia ha il compito di trasportare l’uomo in atmosfere metafisiche, che possano sublimarlo e nutrirlo. Il mio lavoro fatto di tessuti sapientemente tagliati per esaltare una forma, una silhouette, di colori naturali e vivi, che sappiano vibrare alla luce e che raccontino la natura, si accosta bene al concetto di poesia. Immagino le mie collezioni come un dialogo con il creato, in cui le donne si sentono preziose creature dell’universo, lo proteggono, lo esaltano e ne fanno parte”.
Cosa ha significato per lei partecipare al progetto solidale ‘Xenia: petali di poesia’?
“Mi sono trovata di fronte a una bellissima raccolta di poesie della poetessa, giornalista e scrittrice, Elena Rossi. È stato naturale, per me, unire la mia espressione artistica al talento e all’impegno sociale di una ragazza straordinaria, di una grande professionista, che incredibilmente e sin da subito si è rivelata essere l’espressione massima della donna a cui io mi ispiro per le mie collezioni. Elena Rossi non è solo una grande poetessa, ma anche una bellissima donna, dotata di un cuore straordinario, di una grande dolcezza e attenzione verso il prossimo. Elena incarna perfettamente la figura di donna celestiale, aulica, che accompagna da sempre le mie creazioni. Il libro ‘Xenia: petali di poesia’, ha significato tanto per me, sia dal punto di vista lavorativo, sia umano. Seppur lavoriamo in due ambiti diversi, quello della scrittura e quello della moda, con Elena Rossi parliamo esattamente lo stesso linguaggio. Per il libro, sono stati scelti due miei capi di Haute Couture fotografati da Giorgia Calisi, che ha saputo interpretare le splendide poesie di Elena. Il testo è uno scrigno di pura bellezza: un mezzo per promuovere l’inclusione, sostenere iniziative di beneficenza, creare momenti di aggregazione e di cultura, trasformando i versi in un’azione concreta di aiuto, condivisione e bellezza”.