Vittorio Lussana

Intervista alla regista di 'A war on women', il docufilm sulla condizione delle donne iraniane che non chiede solamente di esser visto come opera necessaria, ma di essere ascoltato come atto politico

C’è un momento, in 'A war on women', in cui il dolore privato smette di appartenere a una sola persona e diventa memoria collettiva. E’ in quel momento, che il documentario di Raha Shirazi trova la sua forza più profonda: non nel semplice racconto della repressione, ma nella capacità di trasformare 40 anni di lotta femminile iraniana in una narrazione viva, stratificata, politica e, insieme, intimissima. Accolto con entusiasmo al Toronto International Film Festival e al Bif&st – Bari International Film&Tv Festival, questo film è giunto a Roma come una delle opere più necessarie dell’anno. Un documento visivo da prendere sul serio, perché attraverso immagini d’archivio, materiali clandestini e testimonianze potenti, la regista costruisce un racconto che attraversa diverse generazioni di donne iraniane, restituendo continuità storica a una resistenza troppo spesso ridotta a emergenza del presente. Nel documentario convivono esilio e appartenenza, trauma e dignità, memoria personale e battaglia politica. Le storie di figure come Masih Alinejad, Golshifteh Farahani e Shaparak Shajarizadeh s'intrecciano a quella della stessa regista, Raha Shirazi, costretta a lasciare l’Iran da bambina. Il risultato è un’opera che non chiede soltanto di essere guardata, ma ascoltata come un atto politico e umano. In occasione dell’evento di presentazione del docufilm, abbiamo avuto un dialogo con Raha Shirazi, per riuscire ad approfondire il senso di questo lavoro, il rapporto tra cinema e testimonianza e il peso della memoria nella costruzione di una nuova coscienza collettiva.

Raha Shirazi, in 'A war on women' il racconto della repressione si intreccia continuamente alla memoria personale: quando ha capito che la sua storia privata poteva diventare la chiave narrativa del film?
“Direi che, per me, è stato un processo molto istintivo. Nel mondo, si parla spesso di trauma collettivo, dell’idea che questo trauma si trasmetta da una generazione all’altra. Ma penso che noi, come donne, questa realtà la viviamo sulla nostra pelle. Le esperienze di mia madre, di mia nonna, della mia bisnonna fanno parte di me, quasi come se fossero iscritte nel mio Dna. Questa memoria collettiva è sempre viva dentro di noi. Allo stesso tempo, io sono anche il prodotto di una storia di migrazione. Sono una persona ‘displaced’ e il trauma di essere stata portata via dal mio Paese vive costantemente dentro di me. L’esilio non è solo una condizione: è una parte fondamentale della mia identità. Ed è proprio questo che mi lega a tante altre donne e a tante persone iraniane che sono state costrette a vivere fuori dall’Iran, ma il cui legame con il proprio Paese non si spezza mai, perché è impossibile reciderlo. Credo che il momento in cui ho capito davvero che la mia storia personale poteva diventare la ‘chiave narrativa’ del film è stato quando ho smesso di vederla come qualcosa di separato. Ho capito che non stavo osservando queste storie dall’esterno, ma che ne facevo parte. E che, proprio in questo punto di intersezione — tra il mio vissuto e quello delle altre — il film poteva trovare la sua verità più profonda. Per questo, fin dall’inizio, la mia storia non è mai stata un elemento aggiuntivo, ma il modo più onesto per entrare nel racconto”.

Nel documentario emerge con forza l’idea che la resistenza delle donne iraniane non sia nata nel 2022, ma abbia radici profonde e stratificate: quanto è stato importante restituire al pubblico questa continuità storica?
“E’ stato estremamente importante per me: volevo che il pubblico capisse che quella delle donne iraniane non è una resistenza nata oggi, ma un processo che si costruisce da oltre cinquant’anni contro questo regime e ancora prima. Le radici del movimento femminista in Iran risalgono almeno alla rivoluzione costituzionale del 1906: le donne lottano per i propri diritti da più di un secolo. E’ proprio questa storia che ha formato la nuova generazione di donne iraniane. E’ questa continuità che le rende così consapevoli, così determinate, in molti casi senza paura. Tuttavia, era anche fondamentale registrare tutto questo per noi stesse: come donne iraniane abbiamo bisogno di una memoria, di una traccia collettiva del nostro coraggio, del nostro lavoro, delle nostre lotte. Perché anche noi dobbiamo poter ricordare la nostra storia, per capire dove siamo oggi e come andare avanti”.

Lei racconta una guerra combattuta spesso attraverso gesti invisibili, quotidiani, apparentemente minimi: perché era importante mostrare anche questa dimensione silenziosa della ribellione?
“Spesso pensiamo alla ribellione o alla rivoluzione come a un’esplosione di rabbia, di frustrazione, di forza, come quando centinaia di migliaia di persone scendono in piazza. Ed è vero. Ma una rivoluzione, la lotta quotidiana contro un regime, può assumere forme molto diverse. Non tutte le rivoluzioni sono uguali. Quando si resiste nella quotidianità, anche attraverso gesti apparentemente minimi — camminare senza velo, ballare, cantare, andare in bicicletta — azioni che sotto il regime islamico in Iran sono proibite, quel gesto diventa profondamente politico. In quel momento, il coraggio individuale diventa contagioso. Si trasmette, si moltiplica, fino a diventare collettivo. Un regime può arrestare migliaia di persone, ma non può mettere a tacere milioni di voci. Per me, era fondamentale mostrare questa dimensione silenziosa della ribellione, perché è lì che avviene una trasformazione profonda e quotidiana: è in quei momenti che si costruisce la resistenza. Volevo anche che il pubblico capisse che dobbiamo prestare attenzione a queste donne mentre stanno lottando, non solo dopo che sono state uccise. Dobbiamo riconoscere il loro coraggio nel presente, sostenerle, e stare al loro fianco. Anche il gesto più piccolo può essere un atto rivoluzionario. Ed è fondamentale ricordarlo”.

Quale responsabilità sente nel raccontare un Paese che molti conoscono, oggi, soltanto attraverso immagini frammentarie o mediatiche?
“Sento una grande responsabilità, soprattutto perché oggi l’Iran viene spesso raccontato attraverso immagini frammentarie, semplificate, filtrate dai media. Il rischio è quello di ridurre una realtà estremamente complessa a pochi simboli o a una narrazione unica. Secondo me, era fondamentale non cadere in questa semplificazione: la responsabilità che sento come regista è quella di restituire complessità, umanità e anche contraddizione. Non solo mostrare la repressione, ma anche la forza, la dignità, la vita che continua a esistere dentro quel contesto. Allo stesso tempo, il mio punto di vista è quello di una persona che vive tra dentro e fuori. Porto con me una memoria molto intima, ma anche una ‘distanza’. Questo crea una responsabilità doppia: essere onesta nei confronti delle persone che vivono in Iran e, allo stesso tempo, non tradurre la loro realtà in qualcosa di semplificato o di ‘consumabile’ per uno sguardo esterno. C’è anche una responsabilità verso le donne che hanno condiviso le loro storie: non si tratta di parlare al loro posto, ma di creare uno spazio in cui possano essere ascoltate davvero, nella loro complessità. Quello che spero è che il film riesca a spostare lo sguardo: uscire dalla logica delle immagini veloci, delle notizie e permettere una connessione più profonda, più umana. Non chiedere solo di guardare, ma di comprendere”.

Nel documentario il corpo femminile appare come il primo territorio di controllo politico: secondo lei, perché i regimi autoritari temono così profondamente la libertà delle donne?
“Controllare il corpo delle donne è uno dei modi più efficaci per controllare un’intera società. Quando le donne sono oppresse, lo è inevitabilmente anche il resto della popolazione. Anche se, inizialmente, viene costruita l’illusione che questa oppressione riguardi solo una parte. Una donna libera, semplicemente esistendo destabilizza il sistema. La libertà delle donne mette in discussione tutto nello stesso tempo: le gerarchie, le strutture familiari, la religione, l’autorità. E’ una forza profondamente trasformativa: proprio per questo viene temuta. Inoltre, credo sia importante ricordare che questa dinamica non vale unicamente per l’Iran: è una realtà che, in forme diverse, esiste ovunque. In molti contesti, il controllo sui corpi delle donne diventa uno strumento politico: entra nelle leggi, nelle campagne elettorali, nelle istituzioni. Per questo motivo, quando parliamo di libertà delle donne, non stiamo parlando di una questione separata o marginale: quando le donne non sono libere, nessuno lo è”.

Le protagoniste del film appartengono a generazioni e percorsi molto diversi: qual è stato il 'filo invisibile' che le ha unite durante la costruzione del racconto?
“Era molto importante scegliere donne provenienti da contesti diversi, generazioni diverse e con ruoli differenti nella società. Innanzitutto per mostrare che questa non è una lotta che appartiene a una sola generazione o a una sola classe sociale. Il filo invisibile che le unisce è la loro lotta per la libertà, ma anche qualcosa di più profondo: il fatto che non lottano solo per se stesse, ma per tutte le altre. C’è, in tutte loro, un senso di responsabilità collettiva. Ognuna di queste donne, per scelta o per necessità, si è trovata in un momento della propria vita in cui ha dovuto prendere una decisione. Una scelta che ha cambiato il corso della loro esistenza, in cui il silenzio non era più possibile e la paura non poteva più essere una guida. Attraverso i loro percorsi, attraversiamo cinquant’anni di resistenza in Iran. Ognuna con la propria voce, la propria storia, il proprio modo di resistere. Ma unite tutte insieme diventano qualcosa di più di una somma di storie individuali: diventano una voce collettiva. Una voce che attraversa il tempo, che non si interrompe, che continua e che, ancora oggi, rifiuta di essere messa a tacere”.

Quanto è stato difficile lavorare su immagini clandestine provenienti dall’Iran, sia dal punto di vista umano, sia da quello etico?
“E’ stato molto difficile, sia dal punto di vista umano, sia in quello etico. Quelle immagini non sono semplicemente materiale d’archivio: esistono perché qualcuno ha deciso di filmare mettendo a rischio la propria libertà e, spesso, anche la propria vita. Ogni immagine porta con sé delle conseguenze: per chi l’ha girata, per chi vi appare, per chi ha contribuito a farla uscire dal Paese. Proprio per questo, dal punto di vista etico, la responsabilità era enorme. Ho sentito fin dall’inizio che il mio compito non era solo quello di mostrare, ma di proteggere: proteggere le persone, dare un contesto alle immagini e, soprattutto, evitare qualsiasi forma di spettacolarizzazione della violenza. Dal punto di vista umano è stato altrettanto complesso: guardare ore e ore di materiale girato in tempo reale da persone che stanno vivendo repressione, paura, perdita, ti cambia profondamente. Non puoi rimanere distante: ti entrano dentro. Allo stesso tempo, però, queste immagini esistono, perché qualcuno ha voluto che il mondo vedesse. In quel contesto, filmare diventa già un atto di resistenza: è un modo per opporsi alla cancellazione, per lasciare una traccia. Per dire: “Tutto questo è accaduto. Per questi motivi ho cercato di trattare ogni immagine con il massimo rispetto, sapendo che ognuna portava con sé un rischio, ma anche un atto di coraggio”.

Nel film si percepisce continuamente il tema dell’esilio non solo geografico, ma anche emotivo e identitario: che rapporto ha lei, oggi, con l’idea di appartenenza?
“A un certo punto dell’intervista, Golshifteh Farahani dice una cosa in cui mi riconosco profondamente e che credo sia un sentimento condiviso da molti iraniani che vivono fuori dall’Iran. Dice che “tra tutte le cose che possiamo mettere in dubbio su noi stessi, ce n’è una che è certa: siamo in esilio”. Questa è una verità da cui non si può sfuggire. Come diceva lei, l’appartenenza non è solo una condizione geografica, ma un qualcosa di emotivo, legato all’identità. Ed è qualcosa di stratificato, mai fisso, in continuo cambiamento. Io non ho mai sentito di appartenere completamente a un solo luogo: non all’Iran, non al Canada, non all’Europa. Ovunque io vada, mi ritrovo sempre un po’ ai margini, leggermente fuori dal cerchio. Ma col tempo ho capito che proprio questo “stare in mezzo”, questo essere tra più luoghi, mi ha dato uno sguardo diverso: mi ha permesso di creare connessioni in modi inaspettati, di riconoscermi negli altri anche quando le esperienze sembravano lontane. All’inizio, vivevo questa condizione come una mancanza, qualcosa che mi impediva di sentirmi completa. In seguito, ho capito che, invece, è una parte della mia forza. L’esilio non è qualcosa che scompare con il tempo: non se ne va davvero, nemmeno se un giorno si potesse tornare. Accettarlom mi ha dato la possibilità di abitare il mondo in una maniera diversa, di entrare in relazione con ciò che mi circonda con uno sguardo nuovo, a volte anche restituendo qualcosa di nuovo a chi quel luogo lo conosce da sempre”.

Lei è cresciuta lontano dall’Iran, ma il film restituisce un legame profondissimo con il suo Paese: il cinema può diventare una forma di ritorno?
“E’ una domanda molto bella. E’ vero: ho lasciato l’Iran quando avevo dieci anni. Ma l’Iran non ha mai lasciato me: è rimasto nei miei ricordi, nella mia lingua, nella poesia, nel cibo, nell’amore di mia madre e di mia nonna. L’Iran non è solo una parte di me, ma anche dei miei figli, anche se non lo hanno mai visto. Vive dentro di loro attraverso il mio amore e la mia memoria, così come l’amore di mia madre per il suo Paese continua a vivere dentro di me. La verità, però, è che il cinema non può cancellare l’esilio, né restituirti davvero un ritorno. Può creare un’altra forma di ritorno: un ritorno attraverso la memoria, attraverso un’esperienza collettiva. Fare questo film mi ha permesso di riconnettermi con parti dell’Iran che erano rimaste sospese dentro di me. A volte, il cinema ti avvicina al luogo che hai perso; altre volte, rende quella distanza ancora più visibile. Ed è esattamente quello che è successo a me. Attraverso le storie che abbiamo raccontato, ho ricostruito un rapporto con l’Iran che è vivo, non nostalgico. E, allo stesso tempo, ho compreso quella distanza in modo più profondo di quanto avessi mai fatto prima”.

In molte sequenze emerge la sensazione che la memoria sia essa stessa un atto politico: crede che oggi esista anche una battaglia contro la memoria delle donne iraniane?
“Sì, assolutamente. Credo che esista una vera e propria battaglia contro la memoria delle donne iraniane. I regimi autoritari non cercano solo di controllare il presente, ma anche di riscrivere il passato. E per farlo, devono cancellare, frammentare, indebolire la memoria. La memoria è pericolosa, perché crea continuità. Tiene insieme le generazioni, impedisce che le lotte vengano isolate o dimenticate. Ed è proprio questa continuità che rende una resistenza più forte, più consapevole. Cancellare la memoria delle donne significa cancellare il loro ruolo nella Storia, la loro ‘agency’, la loro presenza. Non si tratta solo di controllare i corpi, ma anche di silenziare le voci, far sparire le immagini, interrompere la trasmissione delle esperienze. Per questo, per me, lavorare con materiali d’archivio e immagini clandestine non è stato solo un gesto narrativo, ma anche un atto politico: significa opporsi a quella cancellazione, preservare una traccia, restituire visibilità. La memoria, in questo senso, non è mai qualcosa di passivo: è una forma di resistenza”.

Che differenza c’è tra raccontare il dolore e trasformarlo in coscienza collettiva attraverso il cinema?
“Questa è una domanda complessa: non credo ci sia una risposta semplice. Raccontare il dolore può rimanere qualcosa di individuale, di osservato dall’esterno, a volte anche di passivo. Può fermarsi alla testimonianza. Trasformarlo in coscienza collettiva, invece, significa creare connessione, riconoscimento, continuità. Significa spostarsi dallo sguardo al coinvolgimento, dal semplice vedere al comprendere, fino ad arrivare a una forma di responsabilità. E’ un processo difficile, ma il cinema ha questa possibilità: può dare contesto, storia, voce. Può fare in modo che quel dolore non rimanga isolato, ma venga condiviso, riconosciuto come parte di qualcosa di più ampio. E in quel momento, lo spettatore non è più solo testimone, ma diventa parte di ciò che sta guardando. Non può più rimanere distante. Il dolore diventa politico quando smette di essere percepito come qualcosa di isolato e viene riconosciuto come esperienza collettiva”.

Nel film convivono rabbia, lutto e speranza: quale di queste emozioni sente, oggi, più urgente trasmettere al pubblico?
“Non riesco a separarli, né a sceglierne uno rispetto agli altri, perché esistono insieme. La rabbia è una forza necessaria: è ciò che spinge al cambiamento. Il lutto è qualcosa che deve essere riconosciuto, attraversato, mai evitato. E poi c’è la speranza, ma una speranza radicata, non ingenua. Non un semplice ottimismo, ma una forma di resistenza, di continuità. Queste emozioni non sono separate: si alimentano a vicenda. Proprio per questo è importante trasmetterle tutte: perché sono la realtà quotidiana delle donne in Iran”.

Dopo aver raccontato quarant’anni di lotta, che significato ha, per lei, la parola libertà?
“Oggi, per me, la libertà non è più qualcosa di garantito: è qualcosa per cui si deve lottare continuamente e ovunque, nel mondo, che non possiamo permetterci di dare per scontata. Non è un concetto astratto: è concreta, si vive nel corpo e nei gesti quotidiani. Non è qualcosa che viene concesso, ma qualcosa che si conquista e si difende ogni giorno. E’ una condizione profondamente collettiva, non individuale. Ed è molto più fragile di quanto immaginiamo. Forse, la cosa più importante è proprio questa: nessuno è davvero libero, finché ogni persona non lo è”.
 




(intervista tratta dal sito www.funweek.it)

 

Lascia il tuo commento

Nessun commento presente in archivio