Vittorio Lussana

La rassegna itinerante di Scanno e Peschici, giunta alla VI edizione, è entrata a far parte del programma ufficiale di ‘L'Aquila capitale italiana della cultura 2026’

Ci sono luoghi che non si limitano a ospitare presentazioni di libri, ma diventano spazi di confronto, dissenso e immaginazione. Il 'Ju Buk Feminist Festival' è uno di questi. Nato per dare voce al pensiero femminista nelle sue molteplici declinazioni, questa rassegna letteraria intreccia letteratura, attualità, arte e impegno civile, trasformando ogni edizione in un laboratorio aperto sul presente. In un tempo in cui parole come uguaglianza, diritti e libertà rischiano di essere svuotate o strumentalizzate, il 'Ju Buk' sceglie di restituire loro profondità attraverso il dialogo, l’ascolto e il racconto. Infatti, prima ancora di essere un festival, 'Ju Buk' è una domanda: quale spazio hanno oggi le voci delle donne nel racconto del mondo? Da qui nasce una manifestazione che, anno dopo anno, ha trasformato la cultura in un luogo di incontro, confronto e cambiamento: un evento che non si limita a descrivere il mondo, ma prova a cambiarlo, mettendo in relazione libri, corpi, paesaggi e comunità. Questa VI edizione, che si terrà a Scanno (Aq) e a Peschici (Fg) dal 24 luglio al 12 agosto 2026, promette, ancora una volta, di accendere il dibattito offrendo incontri, dialoghi e occasioni di confronto che fanno della cultura uno spazio di resistenza e di futuro. Per capire dove sta andando il 'Ju Buk Festival' abbiamo incontrato la sua ideatrice e fondatrice, Eleonora de Nardis Giansante.

Gentilissima Eleonora, la 'transumanza' è il vostro modo di immaginare un femminismo che non si ferma ai confini, ma costruisce comunità. 'Ju Buk' nasce lungo i tratturi della transumanza, ma oggi si definisce una piattaforma culturale internazionale: quando avete capito che questo festival stava diventando qualcosa di molto più grande di una rassegna letteraria?
“Ce ne siamo accorte anno dopo anno, osservando il pubblico e le relazioni che il festival riusciva a generare. ‘Ju Buk’ non è mai stato soltanto un luogo dove presentare libri: è nato per mettere in connessione persone, territori e idee. Oggi, quei tratturi simbolici si sono allargati sino a comprendere il Mediterraneo, l’Europa, le comunità diasporiche, le esperienze di chi racconta guerre, migrazioni, diritti e trasformazioni sociali. Restiamo profondamente radicate nei nostri territori, ma il nostro sguardo è ormai inevitabilmente globale”.

La parola 'transumanza' attraversa tutta la filosofia del festival: è molto più di una metafora, vero?
“Assolutamente. La ‘transumanza’ racconta un movimento collettivo che attraversa il tempo, le stagioni e i territori senza perdere la propria identità. E’ un modello sociale, prim’ancora che storico. Ci piace pensare che anche il femminismo abbia questa capacità: costruire reti, contaminare culture, creare comunità. Non un movimento che occupa uno spazio, ma un cammino che genera nuovi spazi di cittadinanza”.

Anche quest'anno il festival approda in due luoghi simbolici come Scanno e Peschici: cosa rappresentano nella vostra narrazione?
“Sono due comunità profondamente diverse, ma accomunate da una memoria straordinaria. In entrambi i casi, le donne hanno avuto, storicamente, un ruolo fondamentale nella gestione dell'economia familiare, delle relazioni, della continuità sociale. Non parliamo di un ‘matriarcato romantico’, ma di una forza femminile concreta, che ha tenuto insieme le comunità nei momenti più difficili. E’ una memoria che vogliamo riportare al centro del dibattito contemporaneo”.

La sesta edizione affronta temi durissimi: guerra, genocidio, violenza di genere, salute mentale, capitalismo dei dati. Perché avete scelto di tenere tutto insieme?
“Perché sono questioni profondamente intrecciate. Non esistono diritti delle donne separati dai diritti umani, né possiamo parlare di libertà senza affrontare il tema dell'informazione, delle disuguaglianze economiche, della crisi democratica o dell’impatto delle tecnologie sulle nostre vite. Ju Buk prova a costruire una lettura complessa del presente, evitando semplificazioni”.

Tra gli ospiti ci sono scrittrici come Giulia Caminito, Nadeesha Uyangoda, Monica Acito, Lucia Tancredi, ma anche reporter di guerra come Barbara Schiavulli e Valerio Nicolosi, economiste come Azzurra Rinaldi, ricercatrici e attiviste: qual è il filo che tiene insieme tante personalità così diverse?
“La capacità di produrre pensiero critico. Non scegliamo gli ospiti per la loro notorietà, ma per quello che possono generare nel confronto con il pubblico. Ogni voce aggiunge una prospettiva diversa e contribuisce a costruire una narrazione collettiva del presente. E’ proprio questa pluralità che rende ‘Ju Buk’ uno spazio politico oltre che culturale”.

Il festival è entrato a far parte, quest'anno, nel programma ufficiale di 'L'Aquila capitale italiana della cultura 2026': che valore ha questo riconoscimento?
“Si tratta di un passaggio importante, perché conferma che le aree interne non sono periferie culturali, ma luoghi di innovazione. Essere parte di questo percorso significa dimostrare che da territori apparentemente marginali possono nascere esperienze capaci di parlare all'Europa e al mondo. È anche il risultato di un lavoro collettivo e dell'impegno di tante persone che hanno creduto nel progetto fin dall'inizio”.

'Ju Buk' si definisce apertamente femminista e antifascista: oggi queste parole vengono spesso considerate divisive, ma per voi cosa significano?
“Per noi significano le basi della democrazia. Difendere i diritti, contrastare ogni forma di discriminazione, promuovere una cultura della pace e della giustizia sociale non è un gesto identitario, ma una responsabilità civile. Il femminismo che proponiamo è inclusivo, intersezionale, aperto al dialogo. E’ uno strumento per leggere il presente e costruire un futuro più equo”.

Il termine 'Ju Buk', in dialetto, indica la bisaccia del pastore nomade: un'immagine molto evocativa. Che cosa contiene, oggi, quella bisaccia?
“Contiene libri, certamente, ma anche storie, relazioni, esperienze, dubbi, emozioni e desiderio di cambiamento. Ogni persona che attraversa ‘Ju Buk’ aggiunge qualcosa a quella bisaccia e, allo stesso tempo, porta via un pezzo del festival. E’ un patrimonio collettivo che cresce grazie all'incontro”.

Se dovessi convincere una persona che non è mai stata al 'Ju Buk Festival' a partecipare a questa sesta edizione, cosa le diresti?
“Le direi di venire senza aspettarsi un festival tradizionale. ‘Ju Buk’ è un luogo in cui si ascolta, si discute, ci si emoziona e, soprattutto, si cambia prospettiva. Non chiediamo al pubblico di assistere agli eventi, ma di farne parte. Perché la cultura non è qualcosa che si consuma: è qualcosa che si costruisce insieme. E il femminismo non è uno slogan, ma una pratica trasformativa radicale.  Partecipare a ‘Ju Buk’ è entrare a far parte di un progetto futuribile, un prezioso atto politico e culturale”.
 




(intervista tratta dal sito www.funweek.it)

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