
C’è il teatro che si fa in una sala buia, con un palcoscenico, tendaggi, giochi di luci e cambi di scenografie studiati al millimetro. Ma non per forza gli spettacoli devono essere sgargianti o stilisticamente elaborati: è sufficiente anche un singolo attore che metta corpo e voce al servizio del pubblico. L’oscurità crea immersione e il lavoro degli interpreti colma la distanza fisica e spaziale che li separa anche dalle poltrone più lontane. E poi c’è il teatro di 'Kent': all’aperto, nomade, minimalista e, forse, ancora più suggestivo. Il 'setting' - le terrazze romane, diverse a ogni replica - diventa così fondamentale per entrare nel vivo della storia e nell’anima dei due protagonisti: Pietro (Matteo Quinzi) e un giornalista la cui identità non troppo nascosta risiede nel titolo (Valerio Di Benedetto). Si incontrano sul tetto di un edificio, ognuno in preda ad ansie e crisi personali. Il primo sta per buttarsi dal parapetto, quando il secondo sopraggiunge all’ultimo momento e lo salva. Da qui, i due si confronteranno sui rispettivi dilemmi interiori, in una commedia che rimanda, in maniera piuttosto diretta, a Superman. In particolare, a quello di Christopher Reeve dei primissimi film dedicati al personaggio, più volte omaggiato con musiche e riferimenti espliciti. Si può trattare la materia supereroistica senza la magia degli effetti digitali, senza i trucchi della settima arte e il grande budget destinato ai progetti cinematografici che da anni popolano i nostri schermi? La regista, Cristiana Vaccaro, partendo da un testo di Marco Andreoli, dimostra di sì. 'Kent', infatti, non ha bisogno di nient’altro che di una sceneggiatura solida, di due ottimi attori dagli eccellenti tempi comici, i brani musicali giusti (di Stefano Switala) e qualche accorto e intelligente stratagemma di messa in scena, in particolare nel sorprendente finale. Bastano i corpi, la fisicità, la chimica ormai rodata tra Quinzi e Di Benedetto - il debutto dello spettacolo risale a dieci anni fa - per rendere credibile una storia che si insinua tra le pagine dei fumetti del supereroe 'kryptoniano' e ne diventa quasi una loro appendice. Una storia più piccola, intima, profondamente umana. L’umanità e l’empatia, del resto, sono sempre state le caratteristiche fondative del personaggio di Superman. Ce lo ha ricordato anche James Gunn nel suo film dello scorso anno: Clark Kent è un uomo buono, gentile, forse anche un po’ ingenuo e impacciato. E laddove la nuova versione cinematografica di David Corenswet appare depotenziata, meno onnipotente e meno divina delle precedenti incarnazioni, quella di 'Kent' è del tutto confinata nella sua dimensione terrena. Non può mostrare i suoi poteri, per ovvie ragioni, ma può invece rivelare le sue parti più oscure a uno sconosciuto in cerca di aiuto. E forse, così facendo, può perfino salvare se stesso. Come tutte le migliori storie a fumetti, 'Kent' si interroga sulle responsabilità dell’eroismo: quante persone spregevoli, discutibili, ambigue ha salvato Superman nel corso della sua pluridecennale carriera? Davvero tutti meritano una seconda occasione? E, in seguito, interroga noi, invitandoci a scavare più a fondo nella nostra anima e a scoprire, tramite il confronto con l’altro - l’alieno, letteralmente - qualcosa di più su noi stessi. Il tutto, circondato dalle bellezze del paesaggio romano, costituisce un’esperienza unica nel suo genere, impreziosita dagli imprevisti che la location può riservare - concerti in lontananza, elicotteri, stormi di uccelli, aerei - che gli interpreti devono saper affrontare con maestria ed esperienza. Per questo motivo, diffondiamo il loro appello finale, affinché lo spettacolo continui a vivere e a propagarsi con la forza del passaparola: si cercano terrazze! La prossima data in programma di 'Kent' è prevista per domenica 19 luglio, in una location segreta, che sarà rivelata solo il giorno stesso dello spettacolo. Le prenotazioni si possono fare a questo link: (cliccare QUI).