
Fino al 1° febbraio 2026, Palazzo Cipolla — nel cuore di Roma — ospita una delle più incisive esposizioni dell’anno: 'Dalí: rivoluzione e tradizione'. Oltre sessanta opere del maestro catalano che mettono in scena il duello creativo tra innovazione surrealista e profonda reverenza per la grande pittura del passato. Il nome di Palazzo Cipolla lungo via del Corso discende dell’architetto Antonio Cipolla e si profila quale ultima opera architettonica di rilievo della Roma di papa Pio IX, nonché la prima della città in quanto capitale d’Italia. Lo stile del palazzo lo rende la sede perfetta per ospitare la mostra nel suo incarnare due epoche e stili diversi, come il Quattrocento fiorentino e il Cinquecento romano. Una congiunzione perfetta per valorizzare lo sguardo di Dalì verso il passato e, al contempo, la sua visione di futuro. Promossa dalla Fondazione Roma, in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, il supporto organizzativo di MondoMostre e il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia, l’esposizione ripercorre e svela come Dalì sia riuscito a diventare l’artista surrealista oggi universalmente riconosciuto. E cioè grazie al profondo studio e alla sincera ammirazione dei 'mostri sacri' del passato, tra tutti Raffaello. Sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e la curatela di Carme Ruiz González e Lucia Moni, la rassegna ha voluto anche celebrare la ricorrenza del centenario dalla prima mostra personale dell’artista spagnolo. La prima domanda che sorge attraversandola, infatti, è la seguente: siamo sicuri che tradizione e rivoluzione siano poli opposti? Il grande Dalì sembra fornire la sua originale risposta a tale quesito con la grande capacità di analisi di pittori come Vermeer, Velasquez e Raffaello. In sostanza, ci si accorge che “il re del surrealismo” volle riformulare i codici visivi occidentali, per creare un proprio linguaggio artistico, caratterizzato da immagini ambigue e doppie, che diventano la sua cifra stilistica peculiare. Chi si aspetta di trovare il Dalì caricaturale ne rimane prontamente deluso, poiché l’obiettivo centrale è invece quello di mostrarlo come pittore della contraddizione. Le prime opere segnalano, infatti, un Dalì totalmente inedito rispetto alla narrazione più consueta: uno stile accademico e rigoroso, che cioè non rifiuta la tecnica, ma la vuole dominare totalmente. Nella seconda sezione, ‘Dalì e i maestri del passato’, l’artista spagnolo dialoga intensamente con i grandi come Vermeer, Velázquez e Raffaello — non solo come fonte di ammirazione, ma in quanto stimolo critico. Da qui in poi si comprende come Dalì non copiasse i classici: li respirava, li percepiva, li rielaborava amandoli profondamente. Le opere in mostra sono la dimostrazione di come l’artista sia riuscito a costruire una continuità storica, anziché una frattura, perchè solo da una profonda conoscenza del passato si possono costruire le nuove traiettorie del futuro. E allora, dove risiede la citata "rivoluzione" presente nel titolo della mostra? Naturalmente, nel dialogo complesso e controverso che Dalì sostenne con il suo contemporaneo Picasso: una ‘figura-chiave’ per la sua crescita e 'specchio' su cui misurare la propria arte. Questa sezione restituisce molto bene il clima che si respirava in quegli anni e come Dalì sia riuscito poi a distaccarsi da Picasso, per creare una propria identità artistica. Solo nella parte finale, il Dalì mostra il suo volto più noto: l’iconica figura surrealista che dà colore all’inconscio e dona una forma artistica innovativa alla propria dimensione onirica, deformando simbolicamente la realtà. In questo pellegrinaggio devozionale nelle opere dei grandi artisti, ci sono alcune creazioni che fungono da veri e propri 'snodi semantici' all’interno del percorso. Se, per esempio, si guarda 'all’Autoritratto con il collo di Raffaello' è facile pensare a una ingegnosa sintesi tra identità personale e citazione classica. Proprio l’artista rinascimentale per eccellenza ha rappresentato per Dalì una sorta di ‘vate’, al fine di riflettere sul mondo contemporaneo attraverso una tecnica che cerca di scomporre la realtà per come la vedeva lui: con gli occhi da filologo e la manualità di uno storico. In mostra, ci sono anche opere emblematiche della fase rivoluzionaria, come il 'Tavolo di fronte al mare: omaggio a Erik Satie' (c. 1926) o le 'Figure distese sulla sabbia': visioni liriche e rarefatte, sospese tra sogno e coscienza. La chiarezza dell’allestimento e la coerenza del percorso mostrano limpidamente il messaggio della mostra: il Dalì surrealista esiste perché egli fu anche costruttore di un linguaggio, un artista colto, un intellettuale visivo. E’ una mostra che riesce a prendere per mano il visitatore con rigore curatoriale e intelligenza critica, nel rispetto di una narrazione 'asciutta', che non spettacolarizza o sovraccarica il pubblico. Il visitatore esce con una percezione più complessa dell’artista, meno stereotipata, grazie anche al ricco materiale documentario: fotografie e rare edizioni originali, tra i quali spiccano gli 'scatti' di Francesc Català Roca e Juan Gyenes, che ritraggono un Dalí immerso nel suo studio, intento a codificare la propria visione nel segreto della pittura. Vedere Dalí in dialogo con i suoi idoli non è solo un 'tuffo' nella sua arte, ma una sfida emozionante per il visitatore: quella di comprendere dove finisce la tradizione e dove inizia la rivoluzione.