
Il referendum è uno strumento di democrazia diretta, che permette ai cittadini di esprimere la loro volontà semplicemente con un "Sì" o con un "No", riguardo una legge specifica, una questione politica o per confermare una riforma. Per questo motivo è molto importante per la partecipazione democratica, poiché in questo modo è il popolo a decidere direttamente. Garantisce che non sia solo il parlamento, il Governo o alcune forze politiche a detenere pieno potere decisionale sulle scelte fondamentali del Paese. La nostra Costituzione prevede, principalmente, 3 tipi di referendum: quello abrogativo (art. 75 C.); quelli territoriali per la modifica di norne regionali, provinciali o comunali (art. 132 C.); e il referendum costituzionale confermativo (art. 138 C.). Il referendum che si svolgerà tra pochi giorni è proprio quello dell’articolo 138 della Costituzione. Serve, appunto, per confermare una modifica decisa dal parlamento in 4 letture se viene approvata da una maggioranza semplice. Vi si ricorre quando in parlamento non si riesce a raggiungere una maggioranza ‘qualificata’, cioè dei due terzi dei membri del parlamento, per l'approvazione di una riforma. Quindi, la scelta viene demandata agli elettori, che hanno così la possibilità di pronunciarsi. Ancora prima della Costituzione, che fu approvata nel 1947, il primo referendum tenutosi in Italia fu quello istituzionale che si celebrò il 2 giugno 1946 per scegliere la nuova forma di governo tra Monarchia e Repubblica. Fu una consultazione che raggiunse un'affluenza record alle urne: più dell'89% degli aventi diritto. Si trattò di un evento importante non soltanto per la scelta che veniva richiesta e che portò alla nascita della Repubblica italiana - da cui discendono le celebrazioni di quella giornata come festa nazionale - ma anche perché, per la prima volta nella nosttra Storia parteciparono a quel voto anche le donne. Si trattò, quindi, di una consultazione veramente a suffragio universale, in cui venne riconosciuto il diritto di voto a tutti i cittadini maggiorenni, senza distinzione di nessuno tipo. Un altro referendum molto sentito dall'elettorato, questa volta abrogativo, fu quello del 12 e 13 maggio 1974 per abrogare o meno la legge sul divorzio, che vide un'affluenza di più dell'85% dei cittadini. Fu una scelta fondamentale, perché rappresentò un cambiamento sociale molto importante per il nostro Paese, che aprì la strada a una nuova etica civile, laica e più democratica, verso i diritti civili, che consentì la successiva riforma del diritto di famiglia. Per la prima volta, si stabilì che la Chiesa cattolica non aveva più un’esclusiva etico-morale nel regolare i rapporti privati degli italiani. Tornando allo strumento referendario, dobbiamo ricordare anche quello che si tenne nel 1981, sempre abrogativo, che confermò la legge sull'aborto, assai importante per la storia delle donne. Molto partecipato fu anche quello del 2011 riguardo alla gestione idrica, dove la volontà popolare scelse di non privatizzare l’acqua pubblica con oltre il 95% di "Sì" e con un'affluenza alle urne superiore al 54%. Nei casi citati, le questioni poste all’attenzione del corpo elettorale erano importanti, poiché molto sentite dalla popolazione e produssero cambiamenti fondamentali. I vari referendum, soprattutto quelli più significativi nella Storia della Repubblica, hanno segnato svolte sociali e politiche importanti, che ci hanno guidato attraverso momenti e anni difficili. Sono opportunità che ci consentono di far valere le nostre scelte e di esprimere le nostre preferenze, rendendoci davvero partecipi dei cambiamenti del nostro Paese. Sono la garanzia che non è solo lo 'Stato-governo' ad avere potere decisionale e che esiste anche uno 'Stato-comunità'. In Italia, nel corso degli anni, si sono svolti un'ottantina di referendum, alcuni dei quali poco sentiti o non compresi dalla popolazione e con un'affluenza veramente bassa, tanto che alcune volte non si è arrivati al raggiungimento del quorum (50% + 1 degli aventi diritto). Tuttavia, tra le 83 consultazioni solo 4 di queste erano referendum di natura costituzionale come quello che si terrà nei prossimi giorni. Nel 2001, per confermare le modifiche riguardanti le autonomie locali; nel 2006, per confermare o respingere alcune modifiche istituzionali dello Stato; nel 2016 sul bicameralismo perfetto e nel 2020 per il 'taglio' dei numero dei parlamentari, che vide approvata una riduzione di deputati e senatori. Molti giuristi ci ricordano che il referendum è un baluardo a tutela della democrazia, perché permette al popolo di agire come controllore dell’operato parlamentare. In sintesi, il referendum conferisce ai cittadini l'ultima parola, garantendo che alcune modifiche fondamentali non siano imposte da una stretta maggioranza parlamentare, senza un consenso popolare più ampio. L’intervento del corpo elettorale possiede, quindi, un significato più ‘alto’, di conferma o meno di una determinata decisione politica. Quello che si terrà tra pochi giorni ci chiederà di confermare o meno una modifica delle norme di autogoverno della magistratura e per l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i magistrati. La presente testata è schierata per una totale libertà di coscienza e di scelta da parte dei cittadini. Ma ci teniamo a ricordare ai lettori che questa volta si tratta di un tipo di referendum in cui non è richiesto un quorum, cioè un soglia minima di elettori attivi. Anche se si dovessero recare alle urne pochissimi cittadini, basterebbe che la metà più uno del totale voti espressi faccia vincere il "Sì" o il "No". Mancando un quorum minimo, in caso di alta astensione risulterebbe sminuita la finalità dello strumento referendario, che è appunto quello di consentire una scelta rappresentativa da parte del popolo. Quale valore può avere una scelta se questa viene effettuata solo da una minima parte degli elettori, quando è in gioco una modifica della Costituzione, cioè della legge fondamentale di tutti gli italiani? Se lo scopo è quello di assicurare la partecipazione nel procedimento di revisione costituzionale, la mancanza di un quorum minimo potrebbe portare anche a un risultato diverso da quello previsto, o poco rappresentativo della volontà popolare. Ciò potrebbe anche far pensare che la maggioranza parlamentare non corrisponda a quella del corpo elettorale. Pertanto, quale che sia la lettura politica che se ne vuole dare, dobbiamo riflettere meglio, in questi giorni, in merito a questa modifica della Costituzione e a tutte le conseguenze che da essa potrebbero derivare, poiché siamo di fronte a una scelta che non vale solo per noi, ma anche per gli italiani che verranno dopo di noi. Abbiamo, quindi, il dovere di assumerci le nostre responsabilità e andare a votare, per non lasciar vincere, come è successo in varie occasioni, il cosiddetto “Partito dell’astensione”. Diamo un segnale di partecipazione democratica alla vita della Nazione, ché non guasta mai.