
Questa è la storia di Miriam Ardu, ventisette anni, che nel 2017 ha avuto una bambina: Gioia. Quest’ultima è stata data in adozione contro la sua volontà, senza che siano state specificate le ragioni a fondamento di tale determinazione. Miriam ha messo al mondo Gioia all’età di diciotto anni appena compiuti, dopo due anni vissuti in una casa-famiglia. L’infanzia e la prima adolescenza le ha trascorse con i nonni paterni, essendo stata abbandonata dai genitori, a causa della loro tossicodipendenza. Nonostante il padre biologico della bambina si fosse disinteressato di costei sin dal suo concepimento e la struttura presso cui era affidata l’avesse scoraggiata dal portare avanti la gravidanza, Miriam scelse di farlo. Da quel momento, si dipanano una serie di eventi senza alcuna logica, alla cui stregua le si è progressivamente impedito di crescere sua figlia. In pochissimo tempo, Miriam si è trovata nelle condizioni di poter visitare la sua bambina solo saltuariamente, sotto la minaccia di essere denunciata ai carabinieri, sino a che Gioia è stata data in affidamento a un’altra famiglia. Inutili le numerose Ctu (consulenti tecniche del giudice, ndr) a cui la giovane donna è stata sottoposta per accertare la sua idoneità psico-fisica a crescere la bambina. Nonostante tali perizie abbiano dato sempre un esito positivo e sia stato altresì accertato che la famiglia che, nel frattempo, Miriam aveva costruito con suo marito, coronata dalla nascita di altri tre figli, fosse pienamente in grado di affiancarla nella crescita di Gioia, la vicenda di questa giovane madre è stata bruscamente liquidata dalle autorità competenti con laconiche motivazioni, tese a ribadire che, in fondo, era meglio che gli eventi avessero preso un tale corso e che la ragazza “non era pronta” per il ruolo di madre. Tra pochi giorni, Gioia compirà nove anni e non manca occasione che la sua mamma non le scriva virtualmente delle lettere, pubblicate in prevalenza sui social, per manifestarle tutto il suo amore e l’incolmabile senso di vuoto che il forzato allontanamento le ha lasciato. In queste lettere, Miriam manifesta la speranza che un giorno sua figlia possa leggere le sue parole e rendersi conto che sua madre non ha mai voluto abbandonarla. E che, soprattutto, non ha mai smesso di cercarla. La storia di Miriam ci spinge a porci importanti interrogativi. In primo luogo, induce a domandarsi, alla stregua dell’attuale quadro normativo concernente l’affidamento e l’adozione, quali siano i reali meccanismi che intervengono in questa materia. Il sospetto coltivato da Miriam che, in realtà, sua figlia appena nata fosse stata 'promessa in adozione' a una famiglia sembra più che fondato. Infatti, nell’ambito di importanti programmi televisivi, sono state trasmesse, di sovente, delle inchieste che trattano casi simili al suo. Sovviene, in primo luogo, la vicenda in cui una famiglia affidataria di un minore che in essa si era pienamente integrato, è stata raggiunta 'ex abrupto' da un provvedimento giurisdizionale, in forza del quale il bambino è stato assegnato a un’altra famiglia senza esplicitare valide ragioni a sostegno di questa decisione. In secondo luogo, come non ricordare il caso di Angela Lucanto, la quale, nel 1995, fu sottratta alla sua famiglia d’origine sulla scorta di perizie psicologiche, poi rivelatesi errate, attestanti il fatto che la giovane, che all’epoca dei fatti aveva sei anni, avesse subito abusi sessuali da parte di suo padre. Nonostante questi sia stato poi assolto con formula piena da tali infamanti accuse, la bambina risultava ormai adottata presso un’altra famiglia. E solo dopo dieci anni dai fatti, costei ha saputo che la sua 'vera' famiglia non aveva mai smesso di cercarla e, finalmente, si è potuta ricongiungere a essa. La storia di Angela, da lei raccontata nel volume 'Rapita dalla giustizia', pubblicato da Rizzoli nel 2010, è stata rappresentata in una celebre miniserie televisiva trasmessa sulle reti Mediaset nel 2019, diretta da Ricky Tognazzi e Simona Izzo, dal titolo: 'L’amore strappato'. Nondimeno inquietanti sono gli interrogativi che suscita la nota vicenda della 'famiglia del bosco', la quale da circa un anno catalizza l’attenzione dei media. In quest ultimo caso, ciò che colpisce, più che le ragioni alla base delle determinazioni delle autorità, tese a interrompere l’isolamento sociale in cui i minori vivevano, è la drasticità dei modi con cui i ragazzini sono stati sottratti alla propria famiglia d’origine per essere trasferiti in una casa-famiglia, impedendo a essi, per lungo tempo, non solo di ricongiungersi ai propri genitori, bensì di ripristinare con loro un contatto abituale. In tal modo, oltretutto, si è estirpata alla radice qualsivoglia opportunità di dibattito circa il fatto che, compatibilmente al rispetto delle leggi dello Stato di residenza, ogni famiglia dovrebbe poter scegliere liberamente come educare i propri figli e come indirizzare il proprio modus vivendi. Nel quadro di una normativa tesa a 'blindare' la posizione dell’adottato, riconoscendo a questi il diritto di conoscere la propria origine soltanto a partire dal venticinquesimo anno d’età, anticipabile al diciottesimo al ricorrere di particolari condizioni - come, per esempio, la necessità di approntare opporture ricerche per risalire alla causa di malattie genetiche - le riflessioni che sorgono sul tema sono numerose. Innanzitutto, alla luce del caso di Miriam Ardu e delle vicende riportate, sembra tristemente delinearsi all’orizzonte l’ombra della corruzione. Il dubbio che questo autentico 'cancro sociale' si sia incuneato nelle delicatissime dinamiche concernenti i complessi procedimenti per l’affidamento e l’adozione, si fa sempre più incalzante. Resta, infatti, un mistero come, rispetto alla stragrande maggioranza dei casi in cui una famiglia che intende procedere a un’adozione debba sottoporsi a un interminabile iter di colloqui, perizie e incontri con specialisti di ogni genere, al fine di accertare la propria idoneità ad adottare, al netto dei tempi notoriamente biblici della giustizia italiana, si contrappongano altri casi in cui si addiviene in tempi record a decretare l’affido o l’adottabilità. Senza, peraltro, esplicitare le ragioni a fondamento di decisioni così delicate. Parimenti, restano alquanto oscure le dinamiche spesso sottese alle adozioni internazionali, con particolare riguardo alla trasparenza circa l’operato degli enti, sovente stranieri, che gestiscono tali procedure. Ma vi è di più: all’indomani della morte, avvenuta l’11 settembre scorso, di Emma Bonino, personalità di spicco nella scena politica e istituzionale italiana, nonchè storica militante e baluardo nella difesa dei diritti civili, ci sembra lecito domandarsi se la tutela effettiva dei medesimi non resti, ancora oggi, lettera morta. La storia di Miriam Ardu pone drammaticamente in luce la difficile condizione della donna, la cui salvaguardia della propria autodeterminazione, nonchè l'integrità psico-fisica, si è inteso garantire nel 1978 consentendole per legge di interrompere una gravidanza, se indesiderata. Tuttavia, ai detrattori di questo fondamentale approdo normativo, chiediamo quale tutela venga, invece, assicurata a una donna che, come Miriam, decide di far nascere sua figlia, nonostante la sua giovane età e l’assenza di un valido supporto economico e affettivo. Tali aspetti non dovrebbero costituire un ostacolo alla scelta di una donna di essere madre, essendo precipuo compito dello Stato, come oltretutto sancito espressamente nella Costituzione italiana, sostenere la formazione delle famiglie con mezzi e provvidenze, nonchè, in combinato disposto proprio con la Legge 194/1978, predisporre ogni possibile strumento di assistenza materiale e psicologica a una ragazza che si trovi nella problematica circostanza di scegliere se diventare madre o meno. Alla luce di tutte queste considerazioni, ciò che risulta inesorabilmente emergere è un 'quadro' culturale desolante, in cui nel mirino delle innumerevoli quanto pretestuose critiche succedutesi sul tema in tutti questi decenni, c’è sempre e comunque la libertà della donna di esprimere pienamente se stessa, di scegliere senza condizionamenti quale direzione imprimere alla propria vita. La constatazione che ancora oggi la società italiana non abbia compiuto del tutto quel passaggio maturativo, consistente nel far proprie le suddette prerogative, nonché la vicenda di Miriam, che auspichiamo possa al più presto risolversi nel ricongiungimento di questa giovane madre con sua figlia, pongono in evidenza come sia ancora estremamente lungo e tortuoso il cammino da compiere, affinché la tutela dei diritti fondamentali, enunciata dalle fonti legislative e un’effettiva parità di genere, non restino lettera morta. Essi dovrebbero, piuttosto, rappresentare la missione che ognuno, nell’ambito del proprio ruolo, debba strenuamente perseguire e concretamente portare a compimento nella vita di tutti i giorni.