Maria Pia Cantarini

Roberto Mancini è tornato sulla panchina dell’Italia. La notizia, di per sé, non è negativa, per la profonda crisi d’identità che sta attraversando la nostra rappresentativa nazionale. Una crisi a cui il 'Mancio' sembra l’unico in grado di fornire una risposta decente. Il clima, in generale, è ormai esacerbato dalle sconfitte subite dopo il trionfo europeo del 2021. Secondo quanto emerge da un rapporto realizzato da 'Spin Factor' per Adnkronos, attraverso la piattaforma 'Human', gli italiani, commissari tecnici per definizione, stanno accogliendo questo 'ritorno' dividendosi, quasi perfettamente, a metà. Alcuni sono ancora delusi per il modo in cui Roberto Mancini ha lasciato la nazionale nel 2023, accettando una ricca offerta dell’Arabia Saudita; altri si adagiano in una sorta entusiasmo nostalgico per il Ct che, nel 2021, sembrava averle 'azzeccate' tutte. Noi ci limitiamo a sottolineare il suo affiancamento con una persona seria e coerente come Claudio Ranieri, in veste di direttore tecnico: l’unico in grado di ridare compattezza e concentrazione a un ambiente, la Federazione italiana gioco calcio, che sta attraversando una lunga fase depressiva. La ricerca di un’identità di squadra è la preoccupazione più urgente che noi pensiamo di dover esprimere, perché dopo Roberto Mancini abbiamo dovuto 'ingoiare' scelte discutibili, che hanno letteralmente 'scardinato' la squadra campione d’Europa del 2021. Certamente, la difesa era da reinventare per questioni anagrafiche. Ma la mancanza di un 'ragionatore' a centrocampo ci è sembrato il principale difetto delle 'gestioni' di Luciano Spalletti e Gennaro Gattuso, le quali si sono limitate a “gettare l’acqua sporca con tutto il bambino”, come si suol dire in questi casi. Se si rinuncia a un regista come Jorginho, per poter giocare secondo una formula più aggressiva, bisogna saper scegliere gli uomini adatti per farlo. I veri 'dubbi' sono e rimangono a centrocampo: manca un’identità precisa, senza la quale si farà fatica a uscire dalla 'strettoia' tra chi si chiude 'a riccio' e chi, invece, sta vivendo un momento di grande abbondanza di talenti, come la Spagna o la stessa Francia. Sarebbe il momento delle squadre latine: lo abbiamo visto chiaramente durante i mondiali nord americani. Gli unici a mancare all’appuntamento siamo stati solamente noi, in preda a nostalgie da 'avvinazzati', che derivano da una sostanziale sottovalutazione di un problema ben preciso: la scelta degli uomini in grado di far funzionare un ambiente. Tanto per essere chiari: il 'decisionismo' e il saper selezionare le persone giuste non sono una mera questione formale o un semplice meccanismo comportamentale. Non serve a nulla sembrare quelli 'tutti d’un pezzo': bisogna anche esserlo. Occorre cioé saper dimostrare nella sostanza di avere delle idee nei momenti che contano, comprendendo il contesto in cui ci si trova a operare. E ciò non vale solo per il mondo del calcio. La nazionale è lo 'specchio' fedele di un Paese in piena torsione autoritaria, in cui ha successo sempre il nuovo 'arrivato', o quello giunto con l’ultimo 'treno', anche se è totalmente privo di esperienza. Un Paese profondamente invecchiato, che comprende sempre 'dopo' le conseguenze dei propri 'abbagli' e che continua a lasciare poco spazio alle scienze antropologiche e ai valori umani. In una parola: all’intelligenza.
 


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