
Lasciano sconcertati le notizie trapelate dai principali siti social circa le irregolarità intervenute durante l’ultimo concorso per l’accesso in magistratura ordinaria, tenutosi a Roma il 24, 25 e 26 giugno scorsi. Da alcune dichiarazioni rilasciate da diversi partecipanti sembrerebbe che il giorno prima dell’espletamento delle prove concorsuali già girassero le tracce poi estratte, tramite chat private riconducibili a corsi di preparazione. E che sulla scrivania dei commissari siano stati rinvenuti in bella vista alcuni fogli contenenti degli argomenti 'papabili' per l’estrazione al concorso. Nei prossimi giorni è programmata un’interrogazione parlamentare, nel corso della quale il ministro Guardasigilli, Carlo Nordio, sarà chiamato a rendere conto della fondatezza delle contestazioni in oggetto. Alla luce dei fatti riportati, emerge sullo sfondo della vicenda in questione, il noto 'convitato di pietra' rappresentato dai corsi privati di preparazione per il superamento dei concorsi superiori. Senza voler ricorrere a facili illazioni, è importante mettere insieme alcuni dati. In primo luogo, il fatto che da almeno una quindicina d’anni, l’iscrizione a questi corsi da parte degli aspiranti magistrati ha assunto una diffusione capillare. Coloro, infatti, che concorrono all’accesso alle più alte cariche dello Stato senza affidarsi a tali corsi di formazione, ma basandosi su uno studio programmato autonomamente, rappresentano una minoranza sempre più sparuta. Ciò risulta vero, nonostante i costi che l’iscrizione ai corsi in oggetto comportano. Si tratta di prezzi che per un corso ordinario si aggirano intorno ai 3 mila euro; cifre più basse, sugli ottocento euro circa, sono accessibili per i corsi di preparazione 'solo temi', a condizione che l’interessato si sia in precedenza iscritto al più oneroso corso ordinario. Viene spontaneo chiedersi quanto coloro a cui questi corsi di preparazione sono intestati, prevalentemente magistrati ordinari o amministrativi o avvocati di Stato, percettori di per sé di lauti stipendi, possano 'intascare' dal pagamento di tali somme, considerando che le scuole private di formazione in cui costoro insegnano, hanno sedi in tutta Italia. Il pensiero, tuttavia, va in particolare ai concorsisti che vi si iscrivono e alle loro famiglie. E’ mai possibile che, in una "Repubblica democratica fondata sul lavoro" (art. 1 della Costituzione) in cui l’istruzione e la progressione meritocratica negli studi dovrebbero rappresentare i valori fondanti e le prerogative imprescindibili dell’individuo, che la sola speranza di diventare magistrato possa valere sacrifici economici incommensurabili? E’ un dato incontrovertibile, che la maggior parte di coloro che poi riescono vincitori ai concorsi risultino essere, guarda caso, proprio gli iscritti a queste scuole. Dobbiamo forse rassegnarci al fatto che le carriere di magistrato, avvocato o procuratore dello Stato siano divenute ormai professioni a base censitaria? E’ davvero questo il risultato conseguito dalla 'societa’ di massa', dopo anni di contestazioni e lotte sociali per un’uguaglianza effettiva? Ci si chiede che ruolo oggi assuma, nel nostro Paese, la scuola pubblica e, in particolare, l’Universita’ di Stato. L’interrogativo sulle ragioni per cui non sia sufficiente frequentare con profitto anni di sacrifici per un corso di Laurea e una successiva scuola di specializzazione per le professioni legali, al fine acquisire una formazione idonea ad affrontare e superare i concorsi pubblici, sia diventata quantomai incalzante. Talvolta, dando atto alle testimonianze di coloro che hanno frequentato le scuole di specializzazione 'post lauream', sembrerebbe quasi che non vi sia una reale intenzione dei docenti che vi insegnano a fornire agli studenti indicazioni specifiche sui metodi più opportuni per affrontare le prove concorsuali. Anzi, talvolta vengono forniti insegnamenti che poi, alla prova dei fatti, si rivelano fallimentari. E ciò risulta alquanto strano, dato che tali docenti partecipano frequentemente le commissioni di concorso e, sovente, insegnino in questi corsi privati dai fatturati milionari a sfornare dozzine di vincitori. Il dubbio che parte dei proventi di queste scuole private non vadano a rimpolpare solo il portafoglio dei 'notabili del diritto' a cui sono intestati, sorge ragionevolmente spontaneo. Ci si chiede cosa uno Stato abbia più da difendere di se stesso, dato che le funzioni sociali che ne costituiscono il fondamento, come l’istruzione e la sanità, sono ormai inesorabilmente privatizzate. A questi numerosi interrogativi confidiamo che il ministro Nordio fornisca un’adeguata risposta, per evitare che fatti incresciosi, come quelli denunciati pochi giorni fa, non si ripetano. Auspichiamo, inoltre, che vengano assunte determinazioni drastiche, le quali conducano a marginalizzare, se non a chiudere una volta e per tutte, questi corsi di preparazione che da decenni 'inquinano' il mercato della concorrenza e del merito. La cultura, la meritocrazia e l’inevitabile sacrificio per affermarsi nella società non possono e non devono diventare un business gestito da autentici 'sciacalli', disposti ad arricchirsi sulle difficoltà altrui. Soprattutto in un’epoca in cui il dilagare della mentalità consumistica ha reso accettabile il messaggio che tutto si possa comprare, mai e poi mai saremo disposti ad accettare che valori essenziali, connotativi di una società civile, possano essere degradati a beni di consumo. O, peggio ancora, a beni di lusso.