Giulia Diamante Genovese

Supergirl di Craig Gillespie è un film che ci ha lasciati alquanto perplessi. A parte il fatto che eravamo abituati a considerare Wonder Woman come legittima controparte di Superman, questo film non fa altro che riadattare, anche piuttosto male, la miniserie a fumetti 'Woman of tomorrow' di Tom King, vero creatore di Supergirl in quanto cugina di Superman. E già questa cosa segnala, di per sé, una doppia circostanza: la mancanza di idee del cinema americano e la tendenza a rinunciare alla ricchezza visiva di altre 'space opera', ripiegando su ambientazioni spaziali desolate o desertiche. Un chiaro sintomo di una pellicola girata di fretta, pur di sfruttare, per fini puramente commerciali, uno 'straccio' di spunto. C’è di buono che l’interpretazione del personaggio principale da parte di Milly Alcock sia abbastanza profonda e tormentata, nonostante una sceneggiatura debole e la forte somiglianza strutturale con alcuni capitoli de 'I guardiani della galassia', privi però del tocco 'unico' di James Gunn. Insomma, il pubblico al 'box office' sta apprezzando relativamente quest’ennesima 'americanata': figuriamoci la critica quali e quanti 'sacramenti' stia vergando. Come minimo, si tratta di un film di 'lancio' a favore della Alcock, la 'carina del momento', la quale, tuttavia, sembra quasi rendersi conto di come l’intero lungometraggio poggi interamente su di sé. Kara, infatti, non è la fotocopia femminile di Superman, ma una ragazza fragile, ferita dai traumi e arrabbiata per la perdita del suo pianeta originario o di provenienza. La performance dell'attrice è la sola cosa per cui vale la pena guardare questa 'roba', perché la Alcock è riuscita a dare uno spessore al proprio personaggio. E il personaggio, a sua volta, è il solo a risultare caratterizzato piscologicamente, in termini di sceneggiatura. Se tra i pregi aggiungiamo anche una durata contenuta di 108 minuti e un buon ritmo sincopato, che ci hanno evitato lunghezze moraleggianti e 'pennichelle' in sala, si comprende pienamente di trovarsi di fronte a un lavoro che poteva esser fatto meglio, mentre invece, a lungo andare, esso si trasforma in una comune e prevedibile storia d'azione, sprecando il potenziale del fumetto originario. Altro aspetto che ci ha dato l’idea di una cosa fatta quasi di corsa: la cattiva gestione dei personaggi secondari. Figure alquanto attese, soprattutto da chi ha avuto modo di leggere il fumetto originario di Tom King, come per esempio il cacciatore di taglie, Lobo, interpretato da Jason Momoa, sono state ridotte a semplici 'macchiette' comiche, poco integrate nella trama principale. Un difetto di sceneggiatura di chi si è ben guardato dall'approfondire meglio il soggetto principale, prima di licenziare il 'copione', preoccupandosi di fornire alla protagonista una propria cerchia di amici, alleati e conoscenti in grado di lasciare un 'segno' all’interno della storia. Ed ecco l’impressione finale di un film fatto tanto per farlo, con le solite scene d’azione all’americana, sostenuto da poche, pochissime, idee. D’altronde, la superficialità degli Stati Uniti l’avevamo ormai notata e registrata: basterebbe vedere cosa votano gli americani alle presidenziali, per farsi un’idea di una superpotenza ormai giunta sull’orizzonte degli eventi della propria implosione defintiva.
 


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