Vittorio Lussana

Intervista a una delle colleghe più 'in gamba' della capitale, che nel suo ultimo libro è tornata ad analizzare, con grande spessore sociologico, la figura più iconica e controversa della letteratura francese: quella di Emma Bovary

'Le tentazioni di Madame Bovary' (Edizioni Croce) è il nuovo romanzo di Serena Maffìa. Un’autrice tornata a riflettere sulla figura femminile più iconica della letteratura francese del XIX secolo: quella di una donna che proprio non riesce a rimanere nel recinto maschilista ed è attratta dal piacere come fosse una promessa di salvezza. Perché Emma Bovary è una donna che sogna amori travolgenti, corpi ardenti, parole capaci di incendiare la monotonia. Ogni gesto, ogni incontro diventa per lei un’esperienza sensoriale intensa, quasi febbrile. Ma tutta questa passionalità non è un mero desiderio erotico, bensì fame di bellezza, di emozioni assolute, inseguendo il piacere in quanto ideale romantico. Ma il merito della Maffìa è un altro: è riuscita a chiarire definitivamente ai lettori che il vero obiettivo di Gustave Flaubert non era quello di scandalizzare a tutti i costi, dileggiando la sua protagonista in quanto 'libertina', bensì quello di colpire i romanzi 'rosa' di fine ottocento, i quali ebbero un influsso negativo sulle fantasie di tante donne borghesi a lui contemporanee. Inoltre, la visione critica della protagonista diviene un pretesto per deridere quella borghesia di provincia che circondava Emma, opprimendola o prendendosi giuoco della sua ingenuità. Madame Bovary, insomma, non è mai stato il racconto pruriginoso di una moglie di facili costumi: è l’intero microcosmo sociale, quello al centro dell’analisi di Flaubert, dove impera l'egoismo maschile, sempre pronto ad approfittare di ogni ingenuità in quanto punto debole e non come valorizzazione della sensibilità artistica e romantica di una ragazza niente affatto 'leggera'. La versatile Serena Maffìa è un’autrice, giornalista, sceneggiatrice, drammaturga e artista italiana che ha lavorato per Mediaset, Rai, il Centro Poesia Roma, il Centro Ricerca e Spettacolo, il Teatro Bianco e lo Ied. Ha diretto le riviste di poesia 'Polimnia' e 'Mosaico' a Rio de Janeiro. Giornalista per il Campidoglio, Unla Ucsa, Delta, Vespina, Chilometri, EuroComunicazione, Giornalisti Italia e altre testate, oggi si è trasformata anche in regista di spettacoli teatrali, musicali e cortometraggi sociali. Per tutti questi motivi, abbiamo voluto incontrarla per parlare, ancora una volta, di lei: di Emma Bovary.

Serena Maffìa, perché hai voluto 'ripescare' la figura di Madame Bovary?
“Certi personaggi non si ‘ripescano’: riaffiorano da soli, come verità scomode. Madame Bovary non è mai stata davvero sepolta: è stata solo letta male. Io ho avuto la presunzione - o la necessità - di ascoltarla senza il filtro moralista che l’ha accompagnata per più di un secolo. E poi, diciamolo: Emma è una di quelle donne che disturbano ancora. E quando qualcosa disturba così a lungo, vale la pena tornarci sopra”.

Volevi forse dimostrare che la figura della giovane donna ingenua e superficiale, in realtà evidenziava il contesto sociale della Francia di provincia di fine XIX secolo?
“Più che dimostrarlo, volevo smascherare un equivoco: Emma non è superficiale, è affamata. Di bellezza, di intensità, di logica. Il problema è che vive in una provincia che offre solo ‘tappezzeria’ esistenziale. Gustave Flaubert lo aveva capito benissimo: Emma era il sintomo, non la malattia. La malattia è un mondo che concede alle donne solo due ruoli: angelo o colpevole. E nessuno dei due prevede la libertà”.

Indubbiamente, si tratta di un romanzo che mantiene, ancora oggi, una sua carica scandalosa: perché, secondo te?
“Perché il vero scandalo non è l’adulterio, ma il desiderio. Emma desidera troppo e, soprattutto, desidera male, cioè fuori dai ‘binari’ consentiti. Una donna che non si accontenta è sempre pericolosa: ieri, veniva processata nei tribunali; oggi, nei commenti sui social. Cambiano i mezzi, ma non il riflesso”.

Pensi che la femminilità non abbia modo di esprimersi senza provocare il pregiudizio del moralismo maschilista?
“Direi che ha modo di esprimersi, ma paga ancora oggi una tassa simbolica: se sei libera, sei ‘troppo’; se sei controllata, sei ‘giusta’. Il problema non è la femminilità: è lo sguardo che la osserva. E quello, purtroppo, è ancora troppo spesso educato al sospetto”.

Secondo te, esistono donne dalla sessualità 'vulcanica' e altre più 'freddine'?
“Esistono donne libere e donne educate a reprimersi. Il resto sono solo etichette di comodo, spesso inventate per classificare ciò che sfugge. ‘Vulcanica’ e ‘freddina’ sono categorie che rassicurano chi guarda, non chi vive. La sessualità, come la scrittura, è una lingua: c’è chi può parlarla e chi è stato convinto a tacere”.

Perché Madame Bovary si porta dietro questo 'marchio' di donna di facili costumi? In fondo, è un personaggio dotato di buon gusto, con una forte sensibilità artistica e un certo romanticismo: non era una ragazza che si 'vendeva', non credi?
“Emma non si vende, semmai compra: illusioni, sogni, promesse. E li paga carissimi. Il ‘marchio’ le resta addosso, perché è più facile ridurre una donna a un’etichetta morale, piuttosto che affrontare la complessità del suo desiderio. Emma Bovary è colpevole solo di una cosa: di aver preso sul serio i romanzi che le avevano insegnato a sognare. E forse, a ben vedere, la sua tragedia è proprio questa: credere che la vita potesse essere all’altezza della letteratura”.

Abbiamo seguito, di recente, anche un tuo spettacolo teatrale, andato in scena al Teatro Tor Bella Monaca, dedicato alla Storia della canzone italiana: che tipo di esperienza è stata e come è andata?
“Anche il mio spettacolo sulla storia della canzone italiana parlava di maschilismo. L’arte non deve solo raccontare, ma anche educare e assumersi una responsabilità culturale. L'arte non deve limitarsi a intrattenere, ma ha il dovere, scomodo, di smascherare certi meccanismi culturali”.

Tu sei nota per la tua versatilità, dato che oltre che una brava scrittrice, sei anche una giornalista, una pittrice, una fotografa e, per l’appunto, una regista teatrale: dopo questo romanzo, cosa ti stai inventando, per l’estate 2026?
“Per l’estate 2026 sto lavorando a ‘Mammoni si nasce’: uno spettacolo con Stefano Refolo, Letizia Leone e Anita Napolitano. Perché, a un certo punto, bisogna pur smettere di dare tutta la colpa ai figli e iniziare a interrogare le ‘madri’. O meglio, il sistema affettivo che costruiamo intorno ai figli maschi. Il titolo è provocatorio, ma la domanda è seria: i ‘mammoni’ nascono o vengono educati,  amorevolmente, certo, a non staccarsi mai davvero? Mi interessa quel confine sottilissimo tra cura e controllo, tra amore e dipendenza. Non voglio metter su un processo contro le ‘madri’, sarebbe troppo facile, ma un’indagine teatrale su come il maschilismo si annidi anche nei gesti più teneri, in quelle dinamiche familiari che sembrano innocenti e, invece, costruiscono uomini incapaci di autonomia emotiva. Perché in fondo, il patriarcato non si tramanda solo nei luoghi del potere: spesso cresce in cucina, tra un piatto caldo e una carezza. E l’arte, se serve a qualcosa, serve proprio a questo: a illuminare ciò che diamo per scontato. Anche quando ci riguarda molto da vicino”.
 




(intervista stratta dal sito www.funweek.it)

Lascia il tuo commento

Nessun commento presente in archivio