Alessandra Satriani

Come per le medaglie, anche il fenomeno dell’immigrazione, al centro dell'attenzione di questi anni, non può essere letto solo da un lato. E il rovescio della medaglia migratoria è l'emigrazione. Sono due aspetti dello stesso problema: lo spostamento verso un luogo o da un luogo, spinti da un sogno, dalla necessità, dalla paura, dalla speranza di trovare un posto migliore in cui poter fare crescere i propri sogni. Noi stessi siamo, oggi, il Paese con un numero molto alto di cittadini residenti all'estero. E, infatti, molti dei nostri giovani escono dai confini alla ricerca di nuove opportunità. Per noi sono figli, fratelli, genitori, compagni o amici che se ne vanno, ognuno di loro spinto da qualcosa. Ma, nelle destinazioni di arrivo, sono altre persone che entrano. Questo sentimento vale per tutti. Tutti coloro che si spostano, per fuggire da qualcosa e verso qualcos'altro, possono essere visti con compassione e umanità, come un valore aggiunto, oppure con paura e sospetto. Quando lasci il tuo Paese sei un emigrato, ma quando arrivi in un altro sei un immigrato. Anche l'Italia ha una lunga storia di emigrazione: siamo, da sempre, terra di partenze. Oggi, vanno via i giovani laureati, formatisi nelle nostre università, alla ricerca di retribuzioni migliori o per ottenere maggiori soddisfazioni: la cosiddetta "fuga di cervelli". Nel dopoguerra, invece, si spostarono intere famiglie per lavorare nelle fabbriche del nord. Tra la fine del XIX secolo e lungo quasi tutto il XX, soprattutto tra il 1880 e dopo la prima guerra mondiale, il nostro flusso migratorio ha visto più di 4 milioni di italiani lasciare le proprie terre per tentare la fortuna altrove. E’ stata definita: la 'Grande emigrazione'. Principalmente, verso le Americhe, ma anche in molte nazioni europee: Germania e Belgio in particolare. Il flusso continuò anche nel secondo dopoguerra. In totale, parliamo di un numero altissimo: più di 20 milioni di persone. Ricordiamo, per esempio, la strage di Marcinelle, che avvenne l'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio, che provocò la morte di 262 minatori, di cui 136 italiani. Quei nostri connazionali non si trovavano lì per piacere. Da cosa erano spinti? Da ciò che spinge, oggi, coloro che arrivano qui da noi: fame, guerra, miseria, povertà. Alla ricerca di cosa? Di un lavoro dignitoso, di una vita migliore, della possibilità di sfuggire alle crisi climatiche per costruire un futuro per sé e i propri figli. Con il passare dei decenni, siamo diventati anche una terra di approdo: quella terra che altri guardano con speranza. Molti di loro trovano un'occupazione, a volte si accontentano di situazioni precarie o di lavori faticosi e sottopagati, ma tutto ciò è sempre meglio di quel che hanno lasciato. Se ci pensiamo, quasi tutti coloro che lavorano come braccianti, in agricoltura, sono stranieri; altri si occupano di assistenza agli anziani; altri ancora nel settore alimentare o nei nostri lavori domestici e così via. Quante volte abbiamo sentito: "Ci tolgono il lavoro, ci tolgono la casa"? Ma spesso, si tratta di luoghi comuni o di facili slogan. Certo, se vi fosse una miglior integrazione, un maggior impegno da parte di tutti, in primis dalle istituzioni preposte, forse riusciremmo a far vivere tutti nella legalità e in tutti i settori. L'integrazione non è una questione astratta, che 'cade dal cielo': è un percorso che si dovrebbe fare insieme. Perché “la libertà di un individuo finisce quando inizia quella degli altri”. Ci vorrebbe impegno, strutture, percorsi ben organizzati, volti a favorire l'inserimento e la permanenza, affinché il fenomeno migratorio possa diventare un accrescimento, non un motivo di discordia. Se l'integrazione non riesce, non abbiamo coesione sociale, manca la sicurezza e crescono i dubbi. Se quanti arrivano vivono separati, se li si lascia nella marginalità, se non si riesce a immetterli all'interno dei canali della legalità e se l'accoglienza 'traballa' ci perdiamo tutti e nascono le paure. Non è con un 'barcone' che si dovrebbe partire,attraversando i deserti o cercando di oltrepassare le frontiere: non dovrebbe esserci un’immigrazione disordinata. Il punto non è fermare chi si muove, perché sappiamo da cosa sono spinti, ma arrivare a dei flussi regolati. In merito a tali questioni epocali, non si può pensare di intervenire solamente in emergenza, ma in modo risolutivo. E fino a quel momento, dovremmo agire sapendo che immigrazione ed emigrazione non sono due cose diverse, ma la stessa questione vista da entrambi i lati della medaglia, finalizzando le nostre iniziative, anche istituzionali, in modo economicamente compatibile e socialmente efficace.
 


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