
Inghilterra, XVIII secolo: un uomo viene impiccato in una piazza gremita di gente e, mentre esala gli ultimi respiri, ha un’erezione, ben visibile agli occhi di alcuni adolescenti che lo sbeffeggiano. Si apre così la nuova trasposizione del classico di Emily Brontë, 'Cime tempestose', attualmente nelle sale cinematografiche. Diretta dalla regista britannica, Emerald Fennell, la pellicola mette subito in evidenza lo stretto legame tra eros e thanatos, tra passione e morte, che caratterizzano in modo autodistruttivo la classica e intramontabile storia d’amore tra Catherine ed Heathcliff. Nell’incipit, ritroviamo i due in età fanciullesca, abitanti di una magione collocata in una landa desolata della brughiera inglese, dove c’è un’aria quasi infernale che puzza di degrado, marciume e sporcizia - tutti elementi metaforici del loro sentimento malsano. La regista, premio Oscar per la sceneggiatura originale di 'Una donna promettente', realizza una versione del romanzo estremamente contemporanea, di cui ne evidenzia gli aspetti erotici senza, però, dimenticarne il romanticismo. Le vibrazioni e i palpiti dell’eros sono tangibili, non soltanto nelle scene più esplicite. Tutto ciò che circonda i protagonisti sembra avere un respiro che riflette la loro passionalità: la governante che sbatte con le mani umide un impasto; uova di piccione dischiuse in un tuorlo oleoso; la bava di una lumaca che cola sul vetro di una finestra. Ogni cosa è viva e pulsante di sensualità. Il film vanta, inoltre, un immaginario visivo dirompente, dal forte impatto, capace di predominare sulla narrazione stessa e di spaziare dal fiabesco al gotico. La Fennell fa in modo che lo stile diventi sostanza e – piaccia o meno – la sua grande personalità di artista arriva tutta. E’ eccessiva, sia nel raccontare la miseria – animali scuoiati e sangue sul pavimento – sia nello sfarzo – sfilze di dolci colorati, muri di cristallo, gioielli a mai finire – e non si preoccupa di cedere a compromessi, né di dover piacere a tutti i costi. Nemmeno ai ‘puristi’, che in questi casi mettono regolarmente in discussione la sua visione per paragonarla a quella letteraria della Brontë. Non mancano scene crude o violente, né sequenze sessuali che flirtano con il feticismo. C’è un forte contrasto tra bellezza e brutalità, tra architetture opulenti e antri angusti e macabri. Tutto questo rimane, prepotentemente, impresso, anche per l’anacronismo con cui è concepito: dalla splendida fotografia di Linus Sandgren, ai costumi di Jacqueline Durran, passando per la scenografia di Suzie Davies, di cui è notevole la trovata di dipingere le mura della stanza di Catherine con la stessa 'nuance' delle sue guance. Tra le sequenze più abbaglianti ve ne sono alcune che sembrano un omaggio diretto ad altri cineasti. I vari campi lunghi sulle montagne rocciose portano subito alla mente 'Orgoglio e pregiudizio' di Joe Wright, come nella sequenza in cui Keira Knightley – nei panni di Elizabeth Bennet – si ritrova in cima a un ripido promontorio proprio come Margot Robbie e la sua Catherine. Un altro riferimento va, invece, a Tim Burton e ad 'Alice in wonderland': la scena in cui Linton e la sua protetta Isabella sono seduti a un tavolo nel giardino della villa, mentre lei gli racconta i passaggi 'shakespeariani' di 'Romeo e Giulietta', ricorda parecchio, per atmosfera, set e colori sgargianti, la tavolata con tè e pasticcini dove sedevano Alice e il Cappellaio Matto della versione 'burtoniana'. Rimanendo sempre in tema di favole, non manca una citazione a 'Cappuccetto rosso', rappresentata da un mantello con cappuccio color cremisi, indossato da Catherine in una scena in mezzo alla neve. Un aspetto importante che viene, altresì, messo in luce nello script è la condizione sentimentale e sessuale della protagonista, nella quale ogni donna può identificarsi. 'Una donna promettente' – opera prima di Fennell – era un 'revenge movie' femminista, in cui veniva mostrato un certo interesse per i diritti del gentil sesso. Qui, invece, al suo terzo lungometraggio, la regista esplora le dinamiche del piacere femminile e le relative differenze: Catherine ha un trasporto passionale per Heathcliff – l’unico uomo che ama – e i doveri coniugali verso il marito Linton, che sposa solo per riscattarsi da un passato di povertà e per ottenere ricchezza e agio, sono un obbligo senza eccitazione fisica: un amplesso in cui non è mai attivamente partecipe. Anche le performance degli attori sono notevoli e la chimica tra i due protagonisti è palpabile. Catherine è impersonata da Margot Robbie, che anche produttrice del film con la sua LuckyChap, ha reso in modo eccellente le sfumature di una donna tutta orgoglio e capricci, molto simile alla Rossella O’Hara interpretata da Vivien Leigh in 'Via col vento'. Nei panni di Heathcliff c’è, invece, un Jacob Elordi convincente e in progressiva ascesa. Soprattutto, dopo il successo di 'Frankenstein' di Guillermo del Toro, in cui recita. Tra i comprimari, spicca, infine, Hong Chau, candidata all’Oscar per 'The Whale', che interpreta la nutrice Nelly altrettanto impeccabilmente. Lo spettatore, insomma, vive in prima persona questo 'feuilleton' struggente e straziante, viscerale ma commovente, in cui le emozioni sono enfatizzate dalla colonna sonora strumentale di Anthony Willis e dalle canzoni 'pop' della cantante, Charli Xcx. I due protagonisti, Heathcliff e Catherine, finiscono quindi per essere due amanti dannati, un’anima e un corpo: due esseri simili che si completano nella rispettiva infelicità e in un amore dominato dalla sofferenza. La tragedia incombe e il sentimento risuona nell’eternità, inciso come due lettere scolpite sulla pietra: C + H.