Vittorio Lussana

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, utilizza un linguaggio aggressivo, offensivo, polarizzante. La sua condotta pubblica è un esempio classico di indecenza stilistica: parafrasando la Arendt si potrebbe parlare di “banalità dello schifo”. La sua mancanza di rispetto verso le istituzioni democratiche, la giustizia, l'equità sociale e il dissenso politico alimentano un comportamento che non è neanche quello di un 'padrino' della mafia, ma di un 'capoclan' della perfiferia romana come, per esempio, i Casamonica. Le sue dichiarazioni su temi sensibili, come la gestione dei conflitti internazionali e i suoi commenti nei riguardi degli avversari politici sono a dir poco osceni, quando non totalmente falsi o inventati. Se questo è l’uomo su cui quell’altro 'genio della lirica' di nome Steve Bannon ha puntato per combattere le ipocrisie dell’establishment, crediamo proprio che tale ricerca di schiettezza sia ormai destinata al fallimento, almeno negli Stati Uniti. I quali, essendo il Paese più contrattualista e mercificato al mondo, consuma i suoi fenomeni assai più celermente rispetto a noi europei, che in genere li sopportiamo almeno per un ventennio. E in questo, per lo meno, gli americani risultano essere un popolo fortunato, anche se tutta questa fortuna non la meriterebbero. Insomma, nella furia populista di sdoganare tutto e tutti, anche gli aspetti peggiori e più classisti dell’aziendalismo commerciale, lo Stato più capitalista dell'occidente ha finito col ritrovarsi alla Casa Bianca non tanto “un matto”, secondo quanto afferma Flavio Briatore, ma un narcisista cinico e maligno. Una sindrome che combina assieme sadismo, paranoia, perfidia e comportamenti antisociali. Una personalità caratterizzata da una totale mancanza di empatia, da un costante bisogno di ammirazione, da viscerali manie di grandezza. I suoi discorsi sono confusi e contraddittori, totalmente incapaci di introspezione e autocritica. Di solito, tale patologia peggiora con l’avanzare dell’età. E infatti, il Donald Trump del primo mandato era alquanto diverso da quello attuale, inducendo all’inganno numerosi colleghi e analisti politici. I quali, forse animati da forme di masochismo latente, durante la campagna elettorale per le presidenziali americane del novembre 2024, anche loro lo preferivano a Kamala Harris. Tali colleghi 'illuminati' erano talmente convinti delle loro tesi da togliermi, oggi, persino il saluto. Non tanto perché avrei vaticinato una cosa tutto sommato prevedibile, bensì perché si vergognano, dimostrando un infantilismo non così diverso da quello del populismo sovranista. E infatti, anche noi ci siamo creati lo stesso identico problema, con un governo che ha inanellato 4 anni di bugie sperticate e fallimenti clamorosi. “I vecchi criticano i giovani perché loro, in gioventù, ne hanno combinate più di Bertoldo in Francia”, recita un antico adagio popolare di Giulio Cesare Croce. Un cantastorie emiliano della seconda metà del XVI secolo, che non ebbe mai fortuna come letterato. E ciò, sostanzialmente, per due motivazioni, che ancora oggi nessuno di noi ha mai compreso veramente: le vicende che egli raccontava per le strade, accompagnandosi con un violino, provenivano dai ceti bassi. E, soprattutto, erano vere. Anche a Napoli esisteva un personaggio del genere. Si chiamava Pulcinella. Uno strano genere di 'matto' che, ridendo e scherzando, diceva sempre la verità: quale modo peggiore di cercarsi un mecenate o entrare a far parte di un circolo intellettuale quasiasi? Ben poco è cambiato dai tempi della Commedia dell’Arte. Un genere non a caso rinnegato persino a teatro. Soltanto a Carnevale, certi personaggi li tiriamo fuori dal congelatore della Storia. Perché, in fondo, ci ricordano chi siamo e da dove proveniamo veramente. “I tuoi ragionamenti sono troppo acculturati per gli Stati Uniti, che hanno solamente 250 anni di Storia”, mi dice qualcuno. Ma anche questa è una critica maligna e ingannevole: per noi europei, infatti, l’epoca carnevalesca risulta inattuale e superata da secoli, mentre gli Stati Uniti la stanno affrontando solamente ora. “Date un matto ai liberali” scriveva Mario Ferrara, padre di Giuliano, nel 1953. E aveva ragione lui, perché un 'matto vero' è sempre meglio di un buffone. Come l’attuale inquilino della Casa Bianca.




Direttore responsabile di www.laici.it

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