
Un romano di età augustea, ogni anno arrivava a festeggiare, tra riti solenni e conviviali bevute in allegria, almeno 3 tipi di capodanni. Non solo quello di gennaio, ma anche quello di marzo e di luglio. Nella Roma anitca, infatti, si tenevano cerimonie pubbliche e private per celebrare l’inizio di un nuovo anno, alcune delle quali richiamavano la memoria di tempi molto antichi, ma mai del tutto dimenticati. Molte informazioni sui riti religiosi e le feste romane le conosciamo attraverso i 'Fasti' di Ovidio. Grazie a un dotto lavoro di ricerca svolto sugli annali di età repubblicana, l’autore delle 'Metamorfosi' e dell’Ars amandi ha restituito al lettore moderno un calendario poetico, che rappresenta al contempo una vera e propria antica mappa del tempo della città dei 7 colli. Purtroppo, rimasta incompiuta al quinto canto, cioè al mese di giugno. Il poeta, ritenuto tra i letterati dell’epoca troppo frivolo e disimpegnato per i gusti austeri di Augusto e della sua autoritaria consorte Livia, perse ben presto il favore del principe, cadde in disgrazia e venne esiliato nelle lontane terre della Scizia.
Il calendario lunare
In un tempo molto antico, quelli di Romolo per intenderci, vigeva un calendario lunare di 10 mesi che andava da martius a december. I mesi di ianuarius e febriarius furono aggiunti con la riforma cosiddetta “arcaica” introdotta da Numa Pompilio, tra il VI e il V secolo a.C. Secondo il primo calendario lunare, l’inizio dell’anno non cadeva a gennaio, che ancora non esisteva, ma a marzo, mentre febbraio era un mese di cesura e passaggio tra il vecchio ciclo annuale e quello nuovo. Il capodanno di primavera era inoltre accompagnato da offerte e cerimonie, presiedute dal 're-sacerdote' e cadeva in concomitanza di un evento agrario di importanza fondamentale nella società romana arcaica: la torrefazione del farro, cioè la sua trasformazione in alimento digeribile e commestibile. A giugno-luglio veniva mietuto, le spighe immagazzinate e infine, solo a fine inverno, i grani venivano battuti e tostati. Per tre secoli, infatti, secondo una notizia fornita da Plinio, il popolo romano tra tutti i cereali non usò né l’orzo, né il frumento, ma solo il farro, da cui si ricavava una specie di polenta, la puls, principale fonte di sostentamento per l’intera popolazione. Solo con il tempo si acquisirono nuove conoscenze, come il lievito per la preparazione del pane. Nacque allora il capodanno di luglio e agosto a sancire un nuovo inizio, legato al ciclo agrario dei cereali in corrispondenza della mietitura del frumento. Alle Nonae di luglio, secondo alcune tradizioni - per altre a febbraio - ricorreva l’uccisione di Romolo da parte dei suoi, forse perché divenuto un tiranno. Il fondatore di Roma e primo re, morto di morte violenta e fatto a pezzi per occultarne il corpo, fu poi assunto in cielo tra gli dei e venerato sotto il nome di Quirino. La coscienza delle origini e il ricordo di quell’antico calendario non hanno abbandonato i romani per molti secoli a venire. Ancora ai tempi di Ovidio, in concomitanza con il primo plenilunio del nuovo anno lunare, nel giorno delle Idi di marzo (il 15) si celebrava la gioiosa festa di Anna Perenna, divinità associata alla Luna, talvolta rappresentata come una donna anziana dalla bianca chioma avvolta in un turbante, povera ma generosa, che dispensava focacce rustiche al popolo. La leggenda vuole che, un tempo, Anna fosse la sorella della regina Didone, fuggita da Cartagine e approdata sulle coste del Lazio. Qui trovò rifugio e divenne una "ninfa celata nell’onda perenne” del piccolo fiume Numico, attuale Rio Torto e poi mutata in dea. Si trattava, insomma, di una festa campagnola di augurio per il nuovo anno, che si teneva in un bosco sacro lungo la via Flaminia, presso la riva del Tevere: chi piantando le tende, chi facendo una capanna di rami e frasche, chi con la semplice toga dispiegata sull’erba, tutti mangiavano e bevevano augurandosi di vivere tanti lunghi anni quante le coppe di vino che si fosse riusciti a tracannare. Dalle licenziosità popolane alla casta sacralità del tempio di Vesta, tra le cerimonie di marzo, legate al capodanno, c’era anche il rinnovamento dei rami di lauro sulle porte dei flamini, delle curie e del santuario, nonché il rituale di spegnimento e accensione dell’ignis Vestae: il "fuoco di Vesta".
Il capodanno dell’anno solare
Diversamente dagli altri, il capodanno di gennaio, che dava inizio all’anno solare, non era legato a un evento agrario, ma a una crisi cosmica associata al solstizio d’inverno. Il rito di capodanno era sancito ora dall’ingresso in carica dei consoli: non più un rito che accompagnava la trasformazione del farro o del grano in alimento, ma quello di insediamento della nuova magistratura per dare inizio al nuovo anno.
Giano, il dio della transizione
A occupare la prima posizione, nel pantheon come nell’intero sistema calendariale romano, era Giano, dio del passaggio e della transizione, custode delle porte del cielo, patrono di tutto ciò che aveva un principio e fine. Con Giano non solo si dava il via alle celebrazioni per il nuovo anno, ma veniva invocato in apertura di tutti i sacrifici e delle cerimonie pubbliche, oltre che in ogni primo giorno delle Calende. Era Giano che dava inizio all’anno “che scorre silenzioso (tacite labentis) senza che i mortali se ne accorgano", diceva il poeta. Il dio Giano era raffigurato con due facce, una che guardava a oriente, l’altra a occidente. I suoi attributi sono una chiave nella mano sinistra e un bastone nella destra, perché egli era la guida di tutte le strade e deteneva la facoltà di aprire e chiudere ogni porta. Seguendo il 'narrato ovidiano', la cerimonia di capodanno si svolgeva presso il tempio di Giano, in Campidoglio, di fronte a quello di Giove: un grande tempio di forma tetragona in marmo bianco con ornamenti di bronzo dorato, dove splendevano le fiamme dei sacrifici e si spargevano odori di incenso e di altri aromi, mentre sugli altari crepitavano i fili del più pregiato zafferano di Cilicia. In questo giorno, i sacerdoti, i fedeli e tutti i partecipanti accedevano al tempio indossando abiti rigorosamente bianchi per pregare con parole e pensieri propizi.
Il capodanno moderno
Capodanno, anticamente, voleva dire soprattutto rinascita, passaggio, rinnovamento. Oggi come allora, per celebrare questo evento, si fanno feste in allegria, ci si scambiano gli auguri, si mangia e si brinda all’anno che verrà. Invece, nella Roma antica, Il dio Giano, ben lontano dall’essere un inerme vegliardo barbuto, era amante del buon cibo e delle feste e, per questo, veniva chiamato anche Cenulo e Cibullio: epiteti sorprendenti, forse connessi a una funzione agricola sottintesa a questa complessa e antica figura divina. Tra i cibi, Giano prediligeva in particolare i dolci. Esisteva, infatti, un dolce chiamato proprio ‘Ianual’, preparato dai sacerdoti e offerto in occasione delle Calende di gennaio, a lui dedicate. Ancora una volta, Ovidio ci svela un piccolo segreto della tradizione romana, fornendoci alcuni ingredienti di questo dolce di capodanno: “Una torta d’orzo e farro, mescolati con un pizzico di sale…”.