
E’ questo l’argomento di fondo del romanzo 'Ucciderò Mefisto' di Valter Binaghi (Editore Perdisa). Lo scrittore milanese conduce il lettore in un 'noir' psicologico, che vede protagonista un uomo, Fausto Blangé, scrittore di fama e docente universitario, il quale, all’apice del suo successo editoriale e televisivo - ottenuto per aver seguito i consigli del suo psicoanalista - giunge alla decisione di ucciderlo dopo il suicidio di sua moglie, avvenuto dopo che lei aveva scoperto il suo tradimento con una studentessa. Il romanzo di Binaghi è foriero di numerosi spunti di riflessione per il lettore. Significative sono le considerazioni svolte dal protagonista nella prima parte del racconto: Blangé mette in evidenza, infatti, quanto sia importante non interferire mai nel fisiologico flusso degli eventi, troppo spesso disturbato dal sistematico rifugiarsi in effimere quanto dispersive distrazioni occasionali, nel tentativo di placare l’inquietudine del presente. In una società come quella dei primi anni 2000 in cui la storia è ambientata, sempre più incline alla massificazione e sulla china di un processo antropologico regressivo, sempre più convulsa nei suoi ritmi quotidiani e ormai inesorabilmente immolata sull’altare di falsi valori, come il 'divismo' a basso costo finalizzato a una rapida escalation sociale, l’essere umano smarrisce se stesso. Da ciò si comprende l’esigenza di rivolgersi agli archetipi avvertita dal protagonista di questa storia che, ormai giunto al collasso del suo equilibrio psicologico, si affida alla guida di un immaginario airone: un animale simbolico, che orienta il cammino degli 'illuminati' nelle religioni orientali. Compito dell’airone è, infatti, condurre Blangé a comprendere le ragioni che sono alla base della sua crisi matrimoniale e del gesto disperato compiuto dall’unica donna, sua moglie, che abbia mai amato. L’uccisione del suo psicoanalista avviene, dunque, all’apice della disperazione in cui egli era precipitato e rappresenta un atto di ribellione a quella spinta, impressa nell’individuo dal consesso sociale a cui appartiene, a snaturare se stesso e a omologarsi a stereotipi che non gli appartengono. Stereotipi i quali contemplano, in particolare, l’esigenza di apparire in pubblico proettando la miglior versione di facciata, per far conoscere a tutti i costi il proprio pensiero. Ciò, non per avviare un sano confronto con la collettività, ma solo per trarne un ritorno d'immagine, sino a rinnegare l’autenticità di sentimenti imperituri e abbracciare un’insensata e autoreferenziale poligamia. Il testo di Binaghi è, dunque, molto attuale. E conduce a riflettere sul ruolo della psicoanalisi: una disciplina indispensabile per curare quel male di vivere che troppo spesso, oggi, affligge l’animo umano, ma che può conservare questa fondamentale utilità soltanto se orientata a condurre il paziente a riscoprire se stesso nella sua autenticità, senza cercare di incasellarne la natura nell’ambito di stilemi comportamentali precostituiti. Per tale ragione, negli anni ‘70 del secolo scorso, questa specifica 'branca' della scienza medica era osservata con sospetto dalle ideologie che, in quegli anni, dominavano la scena culturale e che fondavano movimenti di contestazione politica e sociale. L’alienazione dell’essere umano, la dissociazione da se stesso quale piaga della modernità era già stata oggetto di riflessione per filosofi e intellettuali quali Friedrich Nietzche e Pier Paolo Pasolini, il quale giunse addirittura ad affermare che sarebbe stato meglio non scolarizzare i giovani appartenenti alle classi sociali più popolari ed economicamente disagiate, se dar loro un’istruzione significava ammaestrarli a conformarsi alle asfittiche sovrastutture della società borghese. Compito del bravo terapeuta sarebbe, piuttosto, quello di catalizzare un processo naturale di maturazione dell’individuo, che induca questi a stemperare in sé il richiamo incalzante agli stereotipi perpetrato dall’Ego attraverso il pensiero, per riconnettersi alla propria interiorità più profonda, mettendosi semplicemente in ascolto dei propri sentimenti, di quel buon senso che rappresenta la fonte di saggezza comune per tutti gli uomini, a prescindere dalla propria estrazione socio-culturale, al fine di di evitare a chiunque vi presti attenzione irreparabili errori esistenziali. Secondo l’opinione di autorevoli voci della moderna psichiatria, il disagio psicologico nasce non tanto in conseguenza di una causa esterna, quanto per esserci allontanati da noi stessi, dalla nostra autenticità. Evitando, pertanto, ogni forma di omologazione è possibile realizzare la propria identità e i propri desideri, financo a incontrare il vero amore, come capita al protagonista della storia raccontata da Binaghi. Un amore così profondo da travalicare i confini della vita e che nemmeno la ferita del tradimento extraconiugale, gli intrighi tessuti dal migliore amico del protagonista per separarlo da sua moglie o il suicidio di quest’ultima riescono a spezzare. Un legame d’amore che giunge al suo apice e si ricostituisce con la morte di Blangé, giunta al culmine di una disperazione che ne uccide, alla fine, il corpo. Cio’ rappresenta, paradossalmente, la vittoria dell’umanità su ogni forma di artefazione sociale e la prova più schiacciante che quanto di puro e naturale abbia a nascere e a svilupparsi - come il raro dono di un amore autentico - troverà sempre la strada per imporsi in tutta la sua potenza e verità.