Chiara Genovese

Un Sanremo deludente, quello di quest'anno. Non un vero e proprio 'flop', ma decisamente sottotono. E' vero: nelle edizioni precedenti (almeno quelle degli ultimi anni) il palco dell'Ariston aveva forse ecceduto in caos e sovrapproduzione. Ma il rimedio non può essere l'eccesso opposto: un ordine asettico, da ambulatorio, dove tutto fila liscio e niente lascia il segno. Una 'minestra' senza sale, servita tiepida e con un sorriso di circostanza. Il festival di Carlo Conti ha il ritmo di un orario ferroviario: puntuale, prevedibile, privo di sorprese. L'impressione è quella di uno spettacolo che si amministra, anziché dirigersi, dove ogni elemento è al posto suo, ma nessuno brilla davvero. Un conduttore che oblitera biglietti e avvisa il pubblico che sabato sera, verso mezzanotte, si arriverà in stazione. Tutto sotto controllo, niente fuori posto. E, proprio per questo, niente che resti. Partiamo dalle canzoni, che di un festival musicale dovrebbero essere il 'cuore'. La selezione di quest'anno, con qualche eccezione, sa di già sentito: melodie prudenti, testi intercambiabili, arrangiamenti che strizzano l'occhio a tendenze già digerite. A emergere dal grigiore ci riescono in pochi (Nayt, Sayf, Ditonellapiaga), che portano sul palco una scrittura riconoscibile in mezzo a un mare di brani destinati all'oblio il lunedì successivo. Il resto è un déjà-vu collettivo, dimenticabilissimo. Persino l'immancabile brano dedicato alle vittime innocenti di Gaza, per quanto mosso da intenzioni nobili, si salva dal sembrare un 'compitino' necessario, ma poco sentito, prudente là dove servirebbe coraggio. Il resto, tutto molto deludente: Raf che scopiazza Grignani; Masini ha perso la voce; Tommaso Paradiso ha preso la patente da poco e deve ancora fare esperienza. Ma se le canzoni non bastano a reggere lo spettacolo, le 'ospitate' avrebbero potuto compensare. E, invece, nomi importanti sono saliti sul palco per essere liquidati in pochi minuti: un'esibizione compressa, un applauso educato, un congedo frettoloso. Tiziano Ferro, uno degli artisti italiani più popolari degli ultimi trent'anni, è stato gestito come un riempitivo tra una votazione e l'altra. Poco spazio, poca costruzione, zero evento. Alicia Keys ha regalato uno dei pochi momenti di energia autentica, con un brano scritto nel 2009 che gli italiani hanno scoperto con 15 anni anni di ritardo. Un lampo che ha reso ancora più evidente, per contrasto, la 'piattezza' di tutto il resto. Il 76esimo Festival della canzone italiana ha avuto in mano carte importanti e le ha sprecate, una dopo l'altra, invitando per dovere e accogliendo senza curiosità. Non sorprende che sui social, alla fine, il momento più ricordato sia stato l'intervento della signora ultracentenaria (tra le prime donne a esercitare il diritto al voto in Italia, ndr) che, al di là dell'orientamento politico, ha conquistato tutti per la lucidità disarmante. Il risultato è una kermesse che non offende nessuno, ma nemmeno entusiasma. Cinque serate lunghe, ordinate, corrette, sostanzialmente dimenticabili, che fanno rimpiangere la serie di clamorosi, ma anche spassosi, incidenti dei Festival di Amadeus. Il Festival di Sanremo ha bisogno di sorprendere, di rischiare, anche di sbagliare. Quando smette di farlo, cessa di essere un evento, per diventare semplice programmazione televisiva.


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