Anna Maria Baiamonte

All’inizio del VI secolo aev (avanti l’era volgare, ndr) nella ionica Mileto, uomini come Talete, Anassimandro e Anassimene inaugurarono un nuovo pensiero, fondato sulla conoscenza del mondo in termini sperimentali e razionali. Era l’alba del pensiero scientifico e della filosofia greca. Non più le potenze primordiali delle antiche cosmogonie, agenti soprannaturali a cui si ascriveva la nascita del mondo. Nulla esiste che non sia "physis": gli uomini, gli dei e tutto il creato formano un universo unico, omogeneo, parti e aspetti di una sola e medesima natura, che può essere indagata applicando discipline quali la matematica, l’astronomia, la geometria e la fisica.Talete in particolare, capostipite della scuola ionica e primo dei Sette sapienti, secondo una tradizione che Platone ha reso celebre (Protagora, 343a) si ascrive il primo sorgere della filosofia greca, avendo per la prima volta tramutato in forma speculativa semplici regole aritmetiche attraverso l’impostazione di problemi matematico-geometrici. Vissuto al tempo di Saffo e Alceo, il sofista Talete è descritto dalle fonti antiche come un uomo dal temperamento solitario, che viveva appartato, dedito alle sue osservazioni e ai suoi ragionamenti. Non si sposò mai e morì in età avanzata, nel 548 aev circa. La tradizione riferisce vari episodi più o meno leggendari della sua vita, a testimoniare la grande notorietà di cui godeva presso i suoi contemporanei. Alcuni di questi aneddoti catturano un lato più 'umano' del grande pensatore milesio, che dedicava gran parte del suo tempo e della sua concentrazione all’osservazione degli astri. Si racconta che, una volta, mentre camminava guardando in alto, sia caduto in un pozzo. E che una ragazzina tracia (una “servetta”), spiritosa e graziosa — altrove, come in Diogene Laerzio, l’interlocutrice è, invece, un’anziana — si mise a prenderlo bonariamente in giro perché si sforzava di "conoscere le cose nel cielo", mentre "non vedeva quelle che gli stavano vicine o fra i piedi". Una battuta, secondo Platone, "che si addice a tutti quelli che si occupano di filosofia” (Platone, Teeteto, 174a) e che testimonia la grande popolarità di cui questo altissimo sapiente godeva anche tra la gente comune. Ma Talete condusse una vita tutt’altro che reclusa. Al contrario, per anni si dedicò all’attività di mercante grazie alla quale acquisì delle approfondite conoscenze nautiche, arrivando a viaggiare nel Vicino Oriente e in Egitto, dove soggiornò con i sacerdoti dai quali apprese la geometria misurando le piramidi, a partire dalla loro ombra. La città ionica di Mileto, sulla costa meridionale dell’Asia Minore, grazie alla sua posizione di tramite con l’Oriente, raggiunse un alto livello di prosperità e un intenso sviluppo culturale proprio nel tempo in cui visse Talete, a cavallo tra il VII e il VI secolo a. C. All’influsso delle vicine civiltà orientali, penetrato grazie agli scambi e ai rapporti commerciali assidui e frequenti con le colonie ioniche, si deve, infatti, la diffusione delle prime nozioni scientifiche, soprattutto nel campo della geometria e dell’astronomia, che il pensiero greco non aveva ancora sviluppato. Ma soprattutto, Talete divenne famoso tra i suoi contemporanei per le sue doti predittive, che si riteneva avesse acquisito per via genealogica, secondo una tradizione che lo collegava ai Fenici. A sostenere che Talete fosse di origini fenicie, tra gli altri, è Erodoto (Storie, I 170, 3), mentre Diogene Laerzio (Vite e dottrine dei più celebri filosofi, I, 22) si spinge ancora più in là, facendolo discendere dalla nobile stirpe di Agenore, padre di Cadmo. Ma al di là di queste genealogie, peraltro incerte, Talete non possedeva una capacità 'profetica' acquisita per via mistica, bensì attraverso conoscenze matematiche e astronomiche, grazie alle quali riusciva a prevedere fenomeni celesti o meteorologici. Come, per esempio, i solstizi, misurando l’intervallo tra l’uno e l’altro. Oppure, i terremoti. Celebre fu la precisa predizione dell’eclisse solare del 585 a. C. tra lo stupore dei contemporanei (e dei posteri). Le previsioni tratte dall’osservazione di tali fenomeni non avevano, tuttavia, solo scopi speculativi, ma anche risvolti pragmatici. Per esempio, Talete riusciva a prevedere, in pieno inverno, se il raccolto sarebbe stato abbondante o meno. Una volta, avendo previsto un gran raccolto di olive, si decise a investire una piccola somma di danaro per affittare tutti i depositi e i frantoi tra Mileto e Chio. Quando venne la stagione e la sua intuizione si rivelò fondata, vi fu una straordinaria richiesta di olio, che gli fruttò un cospicuo guadagno. A riportare questa vicenda è Aristotele (Politica, 1.1259a), che commentò: “Sarebbe facile per i filosofi essere ricchi, se solo lo volessero, ma questo a loro non importa”.

 


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