
Intervista a un musicista di spessore, molto apprezzato nel panorama musicale italiano, con numerose collaborazioni di alto livello, tra le quali quelle con Claudio Baglioni e Renato Zero
Nei mesi scorsi è uscito il singolo ‘My sweet obsession’, estratto dal nuovo album di Frankie Lovecchio, da titolo: ‘Memories’. Il brano è un soul e rhythm & blues con atmosfere intime e sensuali, caratterizzato da una melodia avvolgente e un ritmo rilassato. Il videoclip, diretto da Andrea Centrella, è stato girato presso il ‘Billions’ di Roma con la partecipazione di Samantha De Grenet (per il video, cliccare QUI). Il brano è servito ad avvicinarci all’abum di questo artista, poiché si tratta di un eccellente progetto musicale: 14 tracce originali che fondono tra loro soul, dance e jazz. Un lavoro, tra l’altro, dedicato al ricordo di due cari amici scomparsi. La collaborazione tra Frankie Lovecchio e Papik ha dato vita a questo lavoro definito dalla critica: “Emozionale”. Pertanto, abbiamo deciso di incontrare questo artista, molto apprezzato nel panorama musicale italiano, con numerose collaborazioni con artisti di alto livello, tra i quali tra i quali Claudio Baglioni e Renato Zero. Anche perché, Frankie è un eccellente compositore, autore, session man e ha fondato un gruppo, i ‘Frankie & Canthina Band’, nel 1991, collaborando con molte star internazionali.
Frankie Lovecchio, quale sarebbe questa tua ‘sweet obsession’ di cui parli nel tuo recente singolo?
“La mia ‘sweet obsession’ parla di un amore profondo e complice, quasi irresistibile. Il testo è centrato sull'amore e sulla complicità, su questa dolce ossessione di condividere e vivere insieme anche gli aspetti più particolari della vita. Il video, infatti, rappresenta una complicità a tutto tondo tra me e la protagonista: una sorta di amore intenso e passionale, ispirato a quello di Diabolik e di Eva Kant”.
Lo stile che emerge dal tuo album, ‘Memories’, è un jazz ‘ballabile’ o una mescolanza tra soul, dance e jazz?
“Lo stile che emerge dall'album è un mix tra soul, dance e jazz: una scelta voluta, perché questi generi rappresentano i miei punti di riferimento e il mio background musicale”.
Perché queste mescolanze di stili? Temi che il jazz sia diventato troppo di ‘nicchia’ e che sia divenuto necessario renderlo più pop?
“Non ritengo che il jazz sia di ‘nicchia’. La mescolanza di generi è dovuta al mio background musicale: vengo da sonorità jazz, soul e dance. Dunque, l'album racchiude una raccolta dei miei gusti e delle mie sensazioni musicali”.
Noi non vediamo emergere dei ‘giganti’, ultimamente: perché secondo te? Ci siamo abituati alla musica di consumo?
“Allora, sicuramente la musica di oggi è molto influenzata dallo ‘show business’, dalle tendenze di mercato. Tuttavia, sono fiducioso, perché poi alla fine tutto diventa moda e, come tutte le mode, hanno un breve corso. Forse, si tornerà presto a una composizione più articolata, un po' più composta e collaborativa, sia dal punto di vista dell'aspetto artistico, sia in quello della condivisione con altri musicisti nel suonarla insieme, quindi nel creare delle situazioni. Rigurado ai ‘giganti’, effettivamente è un po' duro cercare di vederne qualcuno. Per quanto riguarda il Rhythm & Blues internazionale, sicuramente alcuni ‘mostri sacri’ ancora ci sono. Mi riferisco a Pharrell, per esempio; oppure, allo stesso Stevie Wonder, che comunque è sempre attivo: ogni qual volta che esce con un proprio album è una garanzia. Quindi, spero che si torni presto ad apprezzare l'aspetto più compositivo che ‘tormentonistico’ dei brani, se mi permetti questo termine”.
Parlaci di te: come nasci artisticamente? Quali sono stati i suoi punti di riferimento o di ispirazione?
“Artisticamente, nasco con una forte influenza di musica internazionale. Un riferimento che ho avuto sempre è mio padre, che ascoltava standard jazz e delle gran voci di quel periodo: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr. Pertanto, l'influenza internazionale è insita in me, anche se poi, crescendo, sono arrivati anche i riferimenti soul del periodo d'oro di Hollywood e i grandi gruppi vocali del passato, come ‘Temptations’, ‘Commodores’, ‘The Whispers’ e tanti altri. In seguito, ho scoperto le grandi voci di Luther Vandross, Stevie Wonder, Al Jarreau e lo stesso George Benson. Ecco, questi sono stati i miei punti di riferimento: con loro sono cresciuto e anche con le band storiche. Tant'è che, con la mia band, ‘Frankie and Cantina Band’, abbiamo iniziato a fare delle cover nell'ambito dei club. Con la nostra influenza musicale abbiamo proposto, sempre e comunque, un repertorio che si basasse sulla musica di questi grandi gruppi. Sono stato molto influenzato da questo genere musicale”.
C’è chi dice che, anche nel mondo della musica, i grandi del passato non abbiano lasciato eredi che continuassero sulla strada tracciata: tu cosa ne pensi? E’ così?
“In effetti, c'è chi dice questo. Ma è anche un po' difficile trovare degli eredi di fronte a certi punti di riferimento del passato. Secondo me, ciò è avvenuto anche a causa del nuovo sistema discografico, che non lascia spazio a situazioni emergenti o creative. Tutto è incentrato sull'aspetto commerciale, quindi difficilmente si dà spazio a situazioni più coraggiose o sperimentali. Tuttavia, ribadisco: sono fiducioso, perché ci sono degli artisti interessanti, come Pharrell e tanti altri. Certo, diventa difficile creare un genere, visto che comunque, in tutti i settori, dagli anni '60 in poi ci sono state delle eccellenze straordinarie, sia nel rock, sia nel jazz e nel funky. Oggi, diventa difficile creare qualcosa di diverso e trovare degni eredi”.
La musica è in balia del consumo ‘mordi e fuggi’, secondo te?
“C'è una musica ‘mordi e fuggi’, ma c'è anche poca attenzione ad altre situazioni. Si dà la priorità a delle operazioni che possono essere facilmente distribuite sul mercato, a uso e consumo, ‘mordi e fuggi’ appunto, come dicevi”.