
Quanti di noi, assistendo agli scontri e alle devastazioni avvenute in queste ultime settimane nelle più importanti città italiane, hanno immaginato di intervenire per affrontare personalmente i saccheggiatori? E quanti lo avrebbero fatto veramente? A quest’ultima categoria appartiene Evelyn Leon Palacios. E’ un’educatrice di quarantatrè anni che, a Milano, il 18 ottobre scorso, è scesa in piazza con la figlia quattordicenne per manifestare pacificamente contro il 'carovita'. Quando i toni della manifestazione si sono fatti improvvisamente incandescenti, ha mandato sua figlia a casa e con tutta la forza e il coraggio di cui era capace si è posta come 'scudo umano' contro i saccheggi. Verso di lei hanno lanciato sassi, bidoni e corpi contundenti di vario genere, ma tutto ciò non ha incrinato l’audacia della donna, che ha affrontato a viso aperto i devastatori, intimando loro di tornare a casa, poiché quella che si stava consumando non era una sana e civile protesta, ma una vera e propria violenza. Con il personaggio il cui nome dà il titolo a una celebre novella dello scrittore irlandese, James Joyce, la 'nostra' Evelyn ha in comune il coraggio di farsi carico delle complessità della vita, senza rinunciare alla propria integrità morale e comportamentale. C’è un coraggio silenzioso, ma decisivo, nell’orientare il corso degli eventi, che passa per l’arma più potente di tutte: la parola. Questo episodio ne è la dimostrazione: non c’è atto materiale di umana sopraffazione che regga il confronto con la potenza delle parole dirette contro chi sbaglia, niente che ne disarmi di più la protervia. Il gesto di Evelyn dà piena concretezza al principio di sussidiarietà orizzontale enucleato all’articolo 118 della nostra Costituzione. Questo assioma si pone all’apice nella scala dei valori proclamati nella Carta fondamentale e rappresenta la massima espressione del principio di solidarietà sociale, ivi sancito all’articolo 2. Si tratta di acquisire una volta per tutte che la 'cosa pubblica' è per antonomasia un 'bene comune' e che il fatto di poterne fruire in tutte le sue declinazioni ci responsabilizza a difenderlo in prima persona, ad impegnarci affinché funzioni bene. Sensibilizzare i giovani a comprendere la necessità di essere il 'cuore pulsante' del cambiamento, senza attendersi che il medesimo giunga da altri, fossero anche le Istituzioni a ciò deputate è il principale compito di un educatore. John Fitzgerald Kennedy, rivolgendosi ai cittadini americani in un suo celebre discorso alla nazione, li esortò a non chiedersi cosa l’America "potesse fare per loro", ma cosa loro "potessero fare per l’America". E l'indimenticabile Mahatma Gandhi, uomo di pace, invitava ognuno a essere "il cambiamento che voleva vedere nel mondo". Trasmettere questi concetti ai giovani smorzerebbe in loro, verosimilmente, ogni istinto di aggressività, poiché estinguerebbe in essi il senso di rabbia e frustrazione per ciò che va male e che percepiscono non dipendere da loro. I fatti di violenza e di devastazione consumatisi nelle ultime settimane, sono l’esatto metro del fallimento a cui il progetto educativo dei giovani è approdato da almeno quarant’anni a questa parte. Il galoppante processo di deresponsabilizzazione che ha riguardato costoro, condannati a essere 'eterni figli', rallentati nel loro cammino di maturazione personale dal radicamento pervasivo del consumismo - anche del consumo di sé - trova oggi la propria apoteosi nello strapotere dei social network, che hanno ridotto, di fatto, la realtà a una sconfinata 'sala giochi'. Per queste ragioni, problematiche quali il cambiamento climatico, l’innalzamento del costo della vita, le guerre e le disuguaglianze sociali vengono percepite come 'piaghe' inflitteci dall’alto, dovute principalmente all’insipienza della classe politica e dirigente. Niente di più vero, sicuramente. Ma è altrettanto vero, che se tutti facessero la propria parte nel quotidiano, le suddette emergenze sociali perderebbero progressivamente consistenza. Basterebbe, per esempio, fare un uso più moderato dei condizionatori, per arginare il surriscaldamento climatico; chiudere i rubinetti dopo averli utilizzati; spegnere gli interruttori dell’energia elettrica quando si esce da una stanza o dalla propria abitazione. Si tratta di semplici gesti da cui discende una significativa riduzione dei consumi energetici, con un’immediata ricaduta positiva sul costo della vita. Tenere pulite le strade ridurrebbe l’impegno economico delle amministrazioni comunali per manutenerle e, pertanto, il denaro così risparmiato potrebbe essere impiegato per implementare ulteriori servizi. Promuovere il rispetto e la collaborazione nel proprio ambiente di studio e di lavoro significa adoperarsi per eliminare i conflitti e, quindi, per diffondere una cultura della pace, la quale, in men che non si dica, potrebbe 'performare' i costumi sociali ed educare le persone al ripudio della guerra. Ottemperare al meglio ai compiti quotidiani nella propria professione significa porre le basi financo a una riduzione del carico fiscale, il cui innalzamento è troppo spesso dovuto alla necessità di far fronte ai costi derivanti dal malfunzionamento dei servizi pubblici e sociali. Impartire ai giovani una 'cultura del quotidiano' è compito delle famiglie e di noi adulti in generale. E’ questo il vero senso dello scendere in piazza. Ed è questo lo 'spirito' che ha animato la condotta di Evelyn e di tutti coloro che, per vero più numerosi di quanto si possa immaginare, ritengono, parafrasando le parole del giudice, Giovanni Falcone, come, piuttosto che abbandonarsi alla sterile lamentela, ci sia sempre qualcosa che si può fare per invertire il corso degli eventi e porre le basi per una società più equa e, in definitiva, migliore.