Giulia Massarelli

Ci sono modi diversi di ricordare una scrittrice. Si possono raccogliere libri, fotografie, manoscritti, ricostruire una biografia, ordinare cronologicamente una carriera. Oppure, si può lasciare che a parlare siano le tracce. A Firenze, a vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, avvenuta il 15 settembre 2006, il ricordo passa attraverso pochi oggetti scelti e un patrimonio molto più vasto, custodito nell’Archivio storico del Consiglio regionale della Toscana. Non una grande esposizione, dunque. Piuttosto, quattro teche, quasi quattro 'finestre' aperte sulla vita di una donna che è stata, contemporaneamente, una grande giornalista e un'eccellente scrittrice, difficile da ricondurre a una definizione unica. Dentro ci sono libri tradotti in diverse lingue, pagine di giornale, manoscritti, dattiloscritti, lettere, nastri. E c’è la sua macchina da scrivere. Un oggetto semplice, che innanzi a una figura come la Fallaci acquista, inevitabilmente, un significato ulteriore: lo strumento attraverso cui il pensiero diventava parola e grazie al quale interviste, reportage, romanzi e battaglie intellettuali prendevano forma. Le quattro teche costruiscono un percorso essenziale: la donna, la giornalista, la scrittrice e il rapporto con Alekos Panagulis e Pier Paolo Pasolini. Ci sono le carte preparatorie de 'Il sesso inutile' (Rizzoli, 1961) e 'Penelope alla guerra' (Rizzoli, 1962), le pagine de ‘L’Europeo’, le edizioni italiane e straniere di 'Intervista con la Storia' (Rizzoli, 1974), i materiali legati a 'Un uomo' (Rizzoli, 1979). Documenti capaci di restituire non soltanto il risultato finale, quello che siamo abituati a trovare stampato nei libri, ma anche ciò che viene prima: correzioni, ripensamenti, appunti. E’ forse questo uno degli aspetti più affascinanti di un archivio: ricordarci che anche le opere che consideriamo definitive sono nate dal dubbio. Ma la parte più intensa della visita va 'oltre' le teche. Abbiamo avuto l'opportunità di entrare nell’Archivio storico e di ascoltare una delle registrazioni appartenenti al 'Fondo Oriana Fallaci': una conversazione con Natalia Ginzburg, originariamente conservata su nastro e, oggi, digitalizzata. Ed è lì che la percezione cambia completamente. Perché leggere un’intervista e ascoltarla non sono la stessa cosa. La pagina restituisce le parole; la voce, tutto ciò che le circonda: il tono, le pause, la velocità di una domanda, un’incertezza, il modo in cui una risposta nasce, cambia direzione o viene precisata. Restituisce la distanza tra due personalità e, nello stesso tempo, il 'punto' in cui si incontrano. Ascoltare la Fallaci intervistare la Ginzburg significa assistere a un dialogo che appartiene a un’altra epoca e che, proprio per questo, permette di misurare quanto alcune domande siano cambiate e quanto altre continuino a riguardarci. Si parla di dolore e allegria, evocando quella concezione, ricondotta a Socrate, secondo la quale piacere e sofferenza sono intimamente legati. L’allegria non appare, allora, come negazione del dolore, ma qualcosa che può essere compreso pienamente soltanto dopo averlo attraversato. Poi, la conversazione entra nella vita quotidiana. Si parla di figli, dei giovani di allora, della casa, del matrimonio, degli affetti e del lavoro. E, soprattutto, di una questione che, ascoltata oggi, conserva una sorprendente attualità: come trovare uno spazio per sé e per il proprio lavoro all’interno di una vita attraversata da responsabilità, legami familiari e sentimenti. La Ginzburg ne parla dalla propria esperienza di donna e scrittrice; la Fallaci la incalza, porta nella conversazione la propria identità, rivendica il proprio essere "femminista". Emergono punti di vista differenti sul rapporto tra uomini e donne, sull’intelligenza, sul modo di vivere e raccontare i sentimenti. Ed è, forse, questa la lezione più preziosa per chi fa giornalismo: perché un’intervista non è soltanto una sequenza di domande e risposte, ma un incontro tra due persone. Anche per questi motivi, a vent’anni dalla sua scomparsa, il ricordo di Oriana Fallaci passa non solo attraverso i libri, i documenti e gli oggetti conservati, ma anche attraverso una voce capace, ancora oggi, di restituire il senso vivo del suo lavoro.
 


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