Giulia Diamante Genovese

Chicago, anni ’30. Ida, una donna di malaffare invischiata in un giro di loschi criminali, viene assassinata. Frank, un essere mostruoso pieno di solitudine e in cerca di compagnia femminile, riesuma il suo cadavere e la riporta in vita con l’aiuto della dottoressa e scienziata Euphronious. Nessuno dei due immagina di aver resuscitato una potenziale 'mina vagante' posseduta, nientemeno, che dallo spirito della celeberrima scrittrice, Mary Shelley. Una bella trovata da parte dell’attrice statunitense, Maggie Gyllenhaal, che con 'La sposa!' – sua seconda pellicola da regista – ripercorre 'Frankenstein' e ci introduce nella personalissima rivisitazione de 'La moglie di Frankenstein' di James Whale, attraverso l’anima defunta dell’autrice letteraria. La Shelley, difatti, parla direttamente allo spettatore per mezzo del corpo di Ida, dicendo di voler continuare a scrivere la storia del moderno Prometeo – lasciata parzialmente incompleta – approfondendo la figura della sua sposa. Addirittura quattro personaggi abitano nella protagonista: Jessie Buckley, neo-vincitrice dell’Oscar per 'Hamnet – Nel nome del Figlio' e già presente nell’opera prima della Gyllenhaal, 'La figlia oscura'. Con questa performance notevolissima, l’attrice irlandese conferma tutto il suo risaputo talento, dimostrando una versatilità non da poco e aggiungendo tocchi di comicità abbastanza inediti nel suo curriculum. Christian Bale, che impersona invece Frankenstein, non è totalmente nella parte e – anche se con un ricco cast di supporto a farle corona – Buckley domina la scena incontrastata. La presenza di nomi altisonanti, come Annette Bening e Penélope Cruz, non è sempre una garanzia. Soprattutto, se non si è in grado di esaltarli appieno. A tal proposito, saltano all’occhio i volti di Peter Sarsgaard e Jake Gyllenhaal, rispettivamente marito e fratello della regista. Il secondo, in particolar modo, ha un piccolo ruolo che poco valorizza le sue doti interpretative. 'La sposa!', insomma, mescola registri stilistici differenti: dall’horror fantascientifico al noir poliziesco, passando per sfumature 'pulp' alla Quentin Tarantino. Con la figura della detective Myrna Malloy – ovvero, la Cruz – si delinea, altresì, un’impronta femminista. Il personaggio, ben pertinente, ha un coerente sviluppo narrativo, che si concretizza con una rivalsa lavorativa nei confronti di una serie di colleghi maschi piuttosto incapaci. Maggie Gyllenhaal utilizza il mito di 'Frankenstein' per una denuncia al patriarcato e ai maltrattamenti degli uomini verso le donne. In tal senso, è significativa la scena in cui Buckley si rivolta contro un uomo che fa delle 'avances' insistenti a una ragazza in una sala cinematografica, esclamando furiosamente: “Quando una donna dice no, è no”! La pellicola dimostra anche un amore per la Golden Age di Hollywood. Non mancano, infatti, intermezzi da 'musical' intenti a rievocare leggende come Ginger Rogers e Fred Astaire. Il personaggio immaginario, interpretato, appunto, da Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed, una star dei film in bianco e nero) sembra essere esattamente un riferimento a loro, seppur con delle distinzioni. Reed è un 'freak' non molto dissimile da Frank – che lo venera e s’identifica in lui – e la sua sposa: ha una gamba più corta dell’altra e, nonostante questa disabilità, riesce a sfondare nel mondo del cinema. E’ un peccato, però, che si tratti di una figura non abbastanza approfondita e un po' fine a se stessa, malgrado possa apparire veicolo di un messaggio d’inclusione verso le diversità e alla capacità di poter avere successo anche con delle insolite peculiarità. Dal punto di vista dei comparti tecnici, il film vanta la partecipazione di un valente direttore della fotografia, Lawrence Sher e della compositrice, Hildur Guðnadóttir, i quali avevano lavorato già insieme in 'Joker' e in 'Joker: Folie à Deux', entrambi diretti da Todd Phillips. Tra azione 'sgangherata' e citazioni cinefile, 'La sposa!' si rivela un buon prodotto d’intrattenimento senza eguagliare, però, la magnificenza del potenziale 'prequel', almeno cronologico, 'Frankenstein' di Guillermo del Toro, vincitore di 3 Oscar quest’anno. Maggie Gyllenhaal confeziona un lungometraggio 'ibrido', dal punto di vista dei generi, che si perde un po' nelle molteplici e differenti atmosfere e non sceglie mai una traiettoria del tutto definita. Certamente, in mezzo alle luci e paillettes del proibizionismo di cui è figlio 'Il Grande Gatsby', non si può non vedere la fervida e 'febbricitante' immaginazione della regista, che dovrebbe, però, esser meglio 'incanalata' e più giustamente indirizzata. Jessie Buckley giganteggia, comunque. E ciò vale, in ogni caso, la visione del film.

 


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