Vittorio Lussana

Intervista esclusiva al segretario generale della Universities Network for Children in Armed Conflict – Unetchac, professoressa associata presso l’Università degli studi Link di Roma

Dal rafforzamento del ruolo della comunità accademica globale nella prevenzione degli abusi e delle violazioni contro i minori coinvolti nei conflitti armati, al sostegno dei loro percorsi di reintegrazione sociale nei contesti post-conflitto, fino alla formazione di una nuova generazione di costruttori di pace: è questa la missione della Universities Network for Children in Armed Conflict (Unetchac), la rete internazionale che oggi riunisce oltre 40 università impegnate nella ricerca, nella formazione e nella cooperazione. Guidato dal segretario generale, Laura Guercio, professoressa associata presso l'Università degli studi Link di Roma, il network ha recentemente portato avanti con successo il progetto 'Rebirth: Empowerment and Rehabilitation of Children in Armed Conflict', sostenuto dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nell’ambito del Piano d’azione nazionale italiano sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su 'Donne, pace e sicurezza'. Il progetto, infatti, ha affrontato una delle sfide più urgenti nei processi contemporanei di costruzione della pace: la reintegrazione dei minori nella società civile dopo i conflitti, con particolare attenzione alle ragazze e alle giovani donne spesso esposte a violenze di genere, esclusione sociale e marginalizzazione. Attraverso il programma interdisciplinare internazionale della Autumn School 2025 – 'The Role of Reintegration for Children in Armed Conflict' e mediante conferenze, webinar e tavoli di lavoro, il 'Rebirth Project' ha creato uno spazio di confronto tra studenti, accademici, professionisti e giovani leader provenienti da diversi Paesi. Un modello innovativo, in cui i giovani non sono semplici destinatari della formazione, ma protagonisti attivi nella costruzione della pace. Parallelamente, grazie al progetto 'YouthNet International Mediators', promosso insieme all’Istituto di Studi politici 'San Pio V' e sempre con il sostegno del Maeci, il network sta continuando a investire nella formazione di giovani mediatori provenienti da aree colpite da conflitti, da realtà post-belliche e da contesti internazionali differenti, rafforzando il dialogo tra nuove generazioni, istituzioni e società civile. Abbiamo dunque incontrato Laura Guercio, che ci ha gentilmente rilasciato la seguente intervista.

Professoressa Laura Guercio, perché avete scelto di mettere i giovani al centro delle attività del vostro network?
“Perché i giovani rappresentano non solo il futuro delle società, ma anche una risorsa concreta nel presente, per la prevenzione della violenza e la costruzione di percorsi di pace sostenibili. In molti contesti colpiti da conflitti armati, sono proprio le nuove generazioni a subire le conseguenze più profonde delle violazioni dei diritti umani, ma allo stesso tempo sono anche coloro che dimostrano maggiore capacità di resilienza, innovazione e dialogo interculturale. In Unetchac crediamo che i giovani non debbano essere considerati semplici beneficiari di programmi educativi, ma attori attivi dei processi di trasformazione sociale. Per questo promuoviamo un modello partecipativo, in cui studenti, giovani ricercatori e giovani professionisti possano contribuire direttamente alla riflessione accademica, alla mediazione e alla cooperazione internazionale. Lavorare con i giovani è un percorso entusiasmante, ma richiede anche tempo, soprattutto quando provengono da situazioni di conflitto. In base alle ricerche svolte dal network, abbiamo stimato che un percorso di reintegrazione sociale da ‘post conflict’ richiede dai 3 ai 5 anni. Purtroppo, però, molto spesso i programmi nazionali e internazionali di reintegrazione durano pochi mesi, per problematiche varie, tra cui la mancanza di finanziamenti, ma spesso anche di volontà politica. Penso, allora, che il mondo accademico debba giocare un ruolo importante in questo settore. Ed è quello che il network sta cercando di fare”.

Che esperienza hanno vissuto i giovani coinvolti in 'Rebirth Project' e nella Autumn School 2025?
“L’esperienza del Rebirth Project e della Autumn School 2025 è stata prima di tutto un’esperienza di confronto umano oltre che accademico. Giovani provenienti da differenti Paesi, culture e contesti – inclusi quei territori segnati da guerre e crisi umanitarie – hanno avuto la possibilità di condividere esperienze personali, prospettive professionali e visioni sul tema della reintegrazione dei minori coinvolti nei conflitti armati. Attraverso lezioni interdisciplinari, workshop, simulazioni e tavoli di lavoro, i partecipanti hanno sviluppato competenze concrete sui temi della pace, della protezione dei minori, della giustizia internazionale e della mediazione. Ma, soprattutto, hanno sperimentato un ambiente internazionale fondato sull’ascolto reciproco e sulla costruzione di reti di collaborazione tra pari. Molti studenti ci hanno raccontato di aver percepito, per la prima volta, la possibilità di trasformare il proprio percorso accademico in un impegno reale per la tutela dei diritti umani”.

A suo avviso, chi proviene da contesti di guerra vive il tema della pace e dei diritti umani con una consapevolezza diversa?
“Sì. Molto spesso, chi ha vissuto, direttamente o indirettamente, l’esperienza della guerra sviluppa una percezione estremamente concreta del valore della pace e dei diritti umani. Per queste persone, la pace non è un concetto astratto o esclusivamente teorico, ma qualcosa che incide quotidianamente sulla sicurezza, sulla dignità e sulle possibilità di costruire il proprio futuro. Allo stesso tempo, è importante evitare generalizzazioni: ogni esperienza è diversa e ogni percorso personale è unico. Tuttavia, il contributo di giovani provenienti da contesti di conflitto arricchisce profondamente il dialogo internazionale, perché porta all’interno degli spazi accademici testimonianze, sensibilità e priorità che spesso, nei Paesi più stabili, rischiano di esser date per scontate. E’ proprio dall’incontro tra esperienze differenti, che possono nascere percorsi autentici di cooperazione e comprensione reciproca”.

Come nasce e si sviluppa 'YouthNet International Mediators'?
“YouthNet International Mediators nasce dall’esigenza di creare una piattaforma internazionale dedicata alla formazione di giovani mediatori e costruttori di pace, capaci di operare in contesti multiculturali e ad alta complessità. Il progetto, sviluppato con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, si fonda sull’idea che la mediazione non debba essere riservata esclusivamente ai livelli diplomatici istituzionali, ma possa essere promossa anche attraverso il coinvolgimento delle nuove generazioni e della società civile. Nel tempo, ‘YouthNet’ si è poi trasformato in uno spazio internazionale di dialogo e formazione, dove giovani provenienti da diversi Paesi partecipano a percorsi interdisciplinari su mediazione, prevenzione dei conflitti, diplomazia culturale e diritti umani, sviluppando competenze sia teoriche sia pratiche”.

Quali saranno le prossime iniziative formative di Unetchac dedicate ai giovani?
“Unetchac continuerà a investire nella formazione internazionale interdisciplinare, attraverso nuove edizioni della ‘Autumn School’, webinar tematici, programmi di capacity building e attività di ricerca partecipata dedicate ai temi della protezione dei minori nei conflitti armati, della pace e della giustizia internazionale. Ovviamente, per noi è centrale anche la formazione: per questo stanno partendo una serie di corsi, tra cui il ‘Mediation and Children in Armed Conflict’ che si terrà dal 23 al 28 maggio e, di seguito, il ‘Judicial Protection and Children in Armed Conflict’, che si terrà, invece, a giugno. Mentre, da settembre, inizieranno il ‘New Techonologies and Children in Armed Conflict’ e ‘l’International Humanitarian Law and Children in Armed Conflict’. Stiamo, inoltre, lavorando al rafforzamento delle collaborazioni tra università, istituzioni internazionali e organizzazioni della società civile, per offrire ai giovani maggiori opportunità di scambio, mobilità accademica e partecipazione ai processi internazionali. Una particolare attenzione sarà dedicata anche alla leadership giovanile femminile, al ruolo delle donne nei processi di pace e alla formazione di giovani mediatori provenienti da contesti vulnerabili o post-conflitto. Oltre a ciò, cerchiamo di sostenere, con un programma di scholarship, studenti che provengono da situazioni di conflitto e di fragilità: l'educazione è fondamentale per garantire un futuro ai giovani”.

Come può uno studente avvicinarsi a Unetchac, partecipare ai vostri programmi ed entrare a far parte del network?
“Gli studenti possono avvicinarsi a Unetchac partecipando alle attività aperte promosse dal network, come webinar internazionali, conferenze, scuole di alta formazione e progetti di ricerca. Oppure, semplicemente scrivendoci per collaborare alle nostre iniziative. Il nostro obiettivo è creare una comunità accademica inclusiva e internazionale. Quindi, noi incoraggiamo la partecipazione di studenti provenienti da discipline diverse: diritto, relazioni internazionali, scienze politiche, psicologia, educazione, cooperazione internazionale e studi umanitari. Attraverso le università partner e i canali ufficiali del network, gli studenti possono candidarsi ai programmi formativi, entrare in contatto con ricercatori e professionisti del settore e contribuire attivamente alle iniziative dedicate alla pace, ai diritti umani e alla tutela dei minori nei conflitti armati”.
 




(intervista tratta dal sito www.funweek.it)

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