Antonio Di Giovanni

Ci risiamo: il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, riapre la stagione della ‘caccia allo statale’. Allora ci poniamo subito una domanda: ma con chi ce l’ha? Con i deputati che non si presentano alle sedute di commissione? Con certi consiglieri con i doppi incarichi che non ne seguono neanche uno ma si beccano lo stesso lo stipendio della Pubblica Amministrazione più i relativi ‘gettoni’? O forse con la miriade di consulenti ministeriali che per fare quello che farebbe uno statale si ‘beccano’ tre volte tanto il salario di quest’ultimo? No, ce l’ha proprio con lo statale che prende 1100 euro al mese, che lavora senza mezzi con un vecchio Pc che ha imparato ad usare da solo e che magari opera in un vecchio scantinato di chissà quale ministero senza neanche la speranza di una progressione in carriera e, soprattutto, senza che nessuno, per il suo impegno, gli dica almeno: “Grazie”. Sì, quanto ho appena descritto potrà apparire esagerato. Eppure, nella Pubblica Amministrazione esistono, purtroppo, situazioni di questo genere. Basterebbe farsi un giro nei ministeri o negli ospedali o in qualche ente pubblico, dove c’è gente orgogliosa di essere statale, che svolge la propria opera da anni, spesso facendo lunghi orari, talvolta sacrificando la domenica alla propria famiglia, per uno straordinario miserevole o svolgendo mansioni superiori alla qualifica posseduta senza, naturalmente, prenderne il relativo compenso, arrangiandosi con qualsiasi mezzo pur di fornire un servizio ai cittadini e, il più delle volte, con mezzi propri e con propri aggiornamenti professionali, pagati a caro prezzo. Sì: questa è l’altra faccia della ‘medaglia’, quella che sui giornali non si legge, quella che non fa notizia, quella che il ministro Brunetta fa finta di non conoscere. Certo, in molti luoghi di lavoro, sia pubblici, sia privati, esistono situazioni di assenteismo o di una parte del personale poco incline al lavoro. Ma ciò non dovrebbe far scattare una vera e propria ‘caccia al fannullone’ generalizzata e, soprattutto, non può ricadere sul sistema di tutela del diritto alla malattia del lavoratore. Recenti inchieste giornalistiche hanno puntato il dito sui fenomeni di assenteismo e di scarsa dedizione al lavoro in alcune realtà della Pubblica amministrazione, suggerendo l’idea che maggiori controlli e un maggior ricorso a pratiche cosiddette “meritocratiche” (ivi comprese le punizioni nei confronti dei dipendenti inefficienti) possano risolvere il problema. Non solo: con queste innovazioni, come le chiama il ministro, si passa da un sistema di contrattazione ad un altro basato sulla legge. E le modifiche introdotte riducono pesantemente il ruolo della contrattazione, aumentando la proliferazione dei contratti a livello regionale e comunale. Una manovra, questa, che cerca di sminuire l’attività del sindacato, importante strumento di garanzia per i diritti del lavoratore. Concentrare l’attenzione su questi aspetti può essere fuorviante e, sicuramente, non decisivo per un salto di qualità della nostra amministrazione pubblica. Già in passato, in un precedente articolo, ho infatti distinto tra l’efficienza e l’efficacia, ottenibile, quest’ultima, solo attraverso tre precisi fattori tra loro concomitanti: gli investimenti, l’organizzazione e la ‘cultura’. Il ministro Brunetta sembra voler utilizzare solo una serie di misure di carattere coercitivo, di controllo, di punizione e raramente parla di stimoli culturali, di dignità del lavoratore, di difesa della professionalità, di gratificazione, di tagli alle consulenze. Mi sto riferendo, nello specifico, ad un fenomeno cresciuto molto nella Pubblica Amministrazione: quello del ricorso a delle società esterne che forniscono personale per assolvere compiti ai quali essa è numericamente inadeguata o tecnicamente impreparata. Alcuni di questi contratti prendono la forma di consulenze e, in quanto tali, sono doverosamente contabilizzati dalla Ragioneria dello Stato. Altri, invece, risultando contratti di fornitura o di prestazioni d’opera per compiti precisamente identificati in quanto all’oggetto, si confondono nell’insieme delle spese che la Pubblica amministrazione esegue. Molte figure professionali, nei ministeri o negli enti pubblici, vengono perciò esautorati per far spazio a questi consulenti privati o a ditte che godono del gradimento dei responsabili politici, perdendo, in tal modo, ogni pratica e quasivoglia consuetudine alla loro professione, costretti quindi ad incrociare le braccia e a diventare, loro malgrado, “fannulloni”. Un esempio tra i tanti: nei ministeri vengono talvolta impiegati dei traduttori linguistici al fine di utilizzarli per diverse mansioni, mentre le traduzioni, ovvero il compito precipuo per il quale essi erano stati originariamente assunti tramite concorso, vengono affidate a società esterne in appalto. Di questi casi ve ne sono centinaia e per numerose altre mansioni. Noi di www.laici.it abbiamo un orientamento culturale liberaldemocratico. E ci dispiace alquanto dover registrare un ministro della Repubblica sempre più distante da quelle che sono le logiche di un vero sistema repubblicano fondato sul rispetto del lavoro e sulla dignità dei lavoratori.


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Enzo Napolitano - Galatina (Le) - Mail - mercoledi 21 ottobre 2009 8.31
Mi scusi, sig. DE GIOVANNI, ma Lei dove vive? Lei descrive realtà (che certamente esistono, ma sono) talmente minimali numericamente da incidere poco o nulla nella complessiva macchina amministrativa della p.a. E le aggiungo che si tratta di qualche rara avis che al sindacato (che Lei vede come la panoplia delle soluzioni e che, invece, è la causa prima, volontaria od involontaria, della inefficienza della macchina pubblica) è estranea. Quelle che Lei stigmatizza come cause prime del disservizio (satrapie dirigenziali, consulenze esterne affidate a costi altissimi agli amici ed agli amici degli amici, sempre a cooptazione politica, cosmesi dei bilanci pubblici, carrozzoni inutili per la collettività ma utilissimi per le finanze personali di consigli di amministrazione, presidenze ecc.) pervadono per il 90-95% la p.a. E mi pare giusto ed opportuno che si tenti (perchè è solo un tentativo, e temo senza speranza,quello del ministro BRUNETTA) di incidere nella malattia generalizzata, composta da eserciti di soldati, marescialli, colonnelli e generali che si fanno scudo di quei poveracci, oscuri ed indefessi signori nessuno che fanno il loro dovere (che ci sono, concordo, ma, ripeto, sono frangia sparuta) proprio per sostenere la "ingiustizia" della battaglia di BRUNETTA. Un po' come i guerriglieri che piazzano le loro unità logistiche e strategiche nei fabbricati civili o negli ospedali - meglio se pediatrici - per farsene scudo contro gli eserciti legittimi che vorrebbero combatterli.
Riflettiamo tutti.
Cordialmente
Enzo Napolitano


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