Maggioranza e opposizione nutrono il dibattito intorno al cosidetto
processe breve di una serie di ipocrisie che la delicatezza
dell’argomento e gli italiani non meritano. Cominicamo con
l’opposizione: può onestamente sostenersi che il processo breve è giusto
se lo propone la Finocchiaro ed è sbagliato se lo propone Gasparri?
Ovviamente no. Eppure questo è ciò che succede e che si argomenta. E
tutti a bersela. E può sostenersi che un minimo di sette anni e mezzo e
un massimo di quindici anni siano un termine troppo breve per dare una
risposta certa al cittadino imputato? Certamente no: solo chi ha una
concezione medioevale del potere può sostenerlo. Stiamo parlando di chi
riconosce il potere ma non i suoi limiti, di chi riconosce le
corporazioni ma non gli individui. Per questea persone, la scuola è
degli insegnanti e non degli allievi, la sanità dei medici e non dei
malati, la giustizia dei magistrati e non dei cittadini. Per questi
signori non esiste il diritto del cittadino ad avere giustizia in un
tempo ragionevole, bensì quello dei magistrti di somministrarla
comunque, anche in un tempo irragionevole. I vari Travaglio, Di Pietro,
Santoro, Grillo e compa gnia vivono e si arricchiscono di voti e
compensi basandosi su questi principi. Non il Pd, che sa bene che una
moderna sinistra riformista non può sostenere questi argomenti. Ma il
processo breve avvantaggia l’imputato Berlusconi e quindi, direbbe
Guccini, “a culo tutto il resto”. La maggioranza, purtroppo, non è da
meno: sostiene il giusto principio che il processo deve avere durata
certa e ne propone la legge. Poi, davanti al dilemma se renderla
applicabile solo per il futuro o anche per i processi in corso, opta per
estenderne gli effetti anche a quest’ultimi. Questo è ragionevole:
quando si afferma un principio di giustizia è logico farlo valere per
tutti coloro che si trovano nella medesima situazione e cui i fatti
cercano di negarlo. E allora perché mai limitarlo ai soli processi in
corso in primo grado per i quali non è stata emessa sentenza? La
risposta a quest’ipocrisia della maggioranza viene dall’ipocrisia
dell’opposizione: perché questo - e solo questo - è ciò che serve al
presidente del Consiglio.
A Davos, nella piccola città svizzera del cantone dei Grigioni, i grandi della Terra si sono ritrovati per il tradizionale appuntamento del World Economic Forum, giunto alla sua quarantesima riunione annuale. Per trovare una risposta concreta alle priorità economiche e sociali che affliggono l’attuale funzionamento del capitalismo globale, messo a dura prova dalla recente crisi economico - finanziaria, il vertice ha posto all’ordine del giorno il tema: “Migliorare lo stato del mondo: ripensare, progettare e ricostruire”. Alla base di tale riflessione vi è l’amara constatazione che la turbolenza economica dell’ultimo biennio sui mercati sia imputabile a diversi fattori e primo fra tutti alla “deregulation”. Da qui l’idea di migliorare la cooperazione internazionale in modo da
avviare su questo terreno un dialogo fra le diverse parti interessate,
vale a dire, un dialogo aperto alle imprese, ai governi, ai media, alle
religioni, alle arti e alla società civile, che permetta di adeguare,
in tempi brevi, le strutture economiche e i sistemi politici alle sfide
del 21esimo secolo.
“Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al disopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente e il fatto che restando al mio posto possa mettere un grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte, perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse sono infondate da cittadino qualunque”. Così Ehud Olmert, in una sua pubblica dichiarazione televisiva, indagato due anni fa - e dimessosi per questo - a causa di un finanziamento elettorale di 150 mila dollari non dichiarato e per avere acquistato sotto costo un appartamento di 300 mq in uno dei quartieri più lussuosi di Gerusalemme. La sobrietà, oramai lo abbiamo capito, non è una virtù della politica italiana.


Intercettato Casini, uomo nuovo della politica e ultima speranza dei poteri forti in Italia. Lo abbiamo beccato - non è vero - davanti allo specchio di casa sua: “Tesoro, fin qui hai fatto bene, meglio di Salomé. Tutti mi cercano, nessuno mi possiede, altro che destra e sinistra, programmi e tutte quelle fessate per grulli. A Bersani faccio vedere l’anca - guarda che roba, amore mio - a Berlusconi faccio intravedere il seno, al bamboccio piace, me lo ha detto Bondi. Giunte di qua, Giunte di là: ve la do io la Giunta, ve lo dò io il Governatore. A ‘sti rimbambiti, sempre a piagnucolare: Pierferdi ascoltami, Pierferdi giurami, Pieferdi siamo uguali… I signori del bipolarismo, eccoli qui, in ginocchio da me, il centro. Li capisco: ho un fisico della madonna, me lo dice sempre anche la mamma, ma basta: dio, che zampe di gallina, maledette rughe, fortuna che sono alto e slanciato, un po’ di manigliette dell’amore, devo andare a dormire più presto la sera. Ma c’è sempre quel Vespa che mi vuole, sarà solo sesso”?
E’ iniziata la sfida elettorale nel Lazio per le elezioni regionali del
2010. Ed è tutta al femminile: Polverini vs Bonino. Una sfida che
doveva essere ‘rosa’ anche nei toni - cosi avevano promesso le due
candidate - ma che poi, come i maschi, hanno subito dopo indossato i
guantoni da boxe. Lo scontro appare comunque alto e rispettoso
all’insegna, di quella politica che tutti da molti anni, auspicavamo e
che in pochi sono riusciti a praticare. I colleghi politici uomini, per
il garbo e lo stile delle due protagoniste, se ne stanno ai bordi, a
rodersi i gomiti, pieni di sensi di colpa. E’ una questione di stile.
Quindi, quello delle donne, in politica, che pur non risparmiano colpi
bassi all’avversario, riescono sempre a mantenere lo sfondo della
battaglia color ‘lilla’. Nel Lazio, in effetti, gli elettori si
aspettano dalle due candidate una politica austera, scarna ed
essenziale, senza ricorrere a concessioni ruffiane o a esibizioni
autoreferenziali, tipicamente maschili. Insomma, roba da donne con i
‘muscoli’ che possono portare una ventata di novità, di senso pratico e
di quella sana istintività del tutto femminile: un po’ come aprire le
finestre di una bisca dopo una notte di gioco e di tanfo di sigarette
per respirare un po’ d’aria pulita. Certo, è vero: l’emancipazione
delle donne in politica, in questo Paese, non è ancora nella sua fase
più matura. Lo dimostra il fatto che molti politici maschi hanno già
caricato questo confronto elettorale di significati decisamente
superflui e melensi.
Anche quest’anno passerà sotto silenzio la commemorazione della Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio del 1849. Giuseppe Mazzini ne fu il propugnatore e ispiratore politico e fu grazie al valore militare e al sangue versato dai garibaldini (come Goffredo Mameli) e dal popolo romano che i moti insurrezionali ebbero successo e il Papa Pio IX si vide costretto a fuggire a Gaeta. Una simile celebrazione, tuttavia, passerà sotto silenzio in quest’Italia scarsamente democratica e per nulla liberale, che alla Repubblica Romana deve le basi della sua stessa libertà di pensiero, parola e azione. La Repubblica Romana guidata dal triunvirato, Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, una volta scacciato il Papa si dotò infatti immediatamente di una Costituzione liberale, la quale, agli articoli I e II, stabiliva che la sovranità spettasse unicamente al popolo, il quale si dava per regola tre principi fondamentali: l’eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza riconoscere alcun privilegio di casta o di titolo nobiliare. In tutto il documento si può peraltro notare come esso ricalcasse perfettamente i principi della Costituzione democratica degli Stati Uniti d’America redatta alla fine del ‘700, ovvero quando gli Usa avevano scacciato il vessatorio regime monarchico inglese.