Vittorio Lussana

L’Ulisse di Christopher Nolan, interpretato da Matt Damon nel film ‘The Odyssey’, rappresenta un netto e profondo ribaltamento del mito omerico tradizionale. Secondo Omero, infatti, l'eroe acheo era un guerriero guidato dall'astuzia. L'Ulisse di Nolan, invece, è un uomo che soffre di disturbi post traumatici da stress, dopo dieci anni di assedio nei confronti della città di Troia. A differenza del poema classico, l'inganno del 'cavallo' non è più un colpo di genio militare, ma l’esatto punto di origine della profonda depressione di Ulisse. In pratica, Odisseo si sente responsabile delle atrocità commesse e delle vite sacrificate durante il 'sacco' della città, trasformando il suo viaggio di ritorno in un vero e proprio percorso di espiazione interiore. Convincente o meno che sia, tale trasformazione è un esperimento mutualistico molto interessante: un Ulisse secolarizzato, che elimina ogni elemento sovrannaturale razionalizzando anche la propria visione delle divinità religiose. La fedele Atena, per esempio, non è nemmeno una dea, ma si rivela essere la manifestazione psicologica del suo senso di colpa: lo spettro di una sacerdotessa decapitata a Troia che funge da specchio per la sua coscienza. E la ninfa Calipso, così come la stessa maga Circe, sono prive dei loro poteri magici. Anzi, Calipso non usa la magia, ma i fiori di loto, da cui trae una sostanza stupefacente, al fine di condurre l’eroe greco verso l’oblio e trattenerlo nella sua isola, facendogli dimenticare, temporaneamente, la propria nostalgia per Itaca, la sua patria. Lo stesso massacro dei Proci, alla fine del film, non è una gloriosa liberazione, ma l'atto conclusivo della violenza iniziata a Troia. E quando Ulisse riabbraccia Penelope, comprende che tornare a casa non significa affatto essere assolto: il regno è riconquistato, ma l'uomo che vi ha fatto ritorno non è più lo stesso. Tutte queste modifiche al soggetto e alla sceneggiatura del film potrebbero far storcere il naso ai classicisti, per le forti libertà narrative che Nolan ha voluto prendersi. Tuttavia, si tratta di un lavoro di approfondimento psicologico dei vari personaggi omerici, che restituiscono una 'humanitas' più complessa, rispetto al racconto epico forse più importante della Storia occidentale. Dunque, tanto di 'cappello' per il coraggio dimostrato. Come in 'Oppenheimer', il regista britannico ha realizzato un quadro più realista e moderno della figura di Ulisse, anch’egli creatore di una macchina della distruzione che finisce per logorarlo moralmente. In fondo, un Odisseo pacifista non se lo aspettava nessuno. E questo tentativo può anche essere considerato un valido punto di vista, nel merito delle vicissitudini dell’antico eroe acheo: la lunga metamorfosi da una giovinezza guerriera a una maturità in pace con se stesso, per quanto lento e doloroso sia stato l’intero percorso psicologico. Molte contraddizioni vengono risolte dall’uomo Ulisse, allontanandoci dal classico stereotipo dell’avventuriero astuto e 'donnaiolo', spesso in lotta contro gli dei. Una sorta di Ulisse laico, all’interno di una funzione 'gaussiana' tendente al capolavoro. Senza, però, raggiungerlo mai.
 




Direttore responsabile di www.laici.it

Lascia il tuo commento

Nessun commento presente in archivio