Clelia MoscarielloIn una fase di crisi complessiva della domanda globale può apparire depistante trattare un argomento come la dipendenza psicologica da shopping. Invece, non è così. In primo luogo, perché la lunga spirale deflattiva con la quale siamo costretti, ormai da lungo tempo, a convivere tende a frustrare maggiormente quei soggetti che trovano nello shopping il solo modo per risolvere una lunga serie di conflitti interiori; in secondo luogo, perché negli ultimi anni si sono sviluppate nuovi tipi di patologie che portano a un disagio dell’individuo e di chi gli sta attorno, poiché se non si è abbastanza lucidi nel calcolare ciò che il ‘budget’ mensile permette, si rischia di mettere in seria difficoltà se stessi e tutta la famiglia. Tutto ciò discende inoltre da un tipo di consumismo sbagliato, eccessivamente proiettato a creare bisogni sul versante dei beni voluttuari, finendo per attribuire significati sbagliati all’acquisto di merci in quanto unica fonte di felicità e prestigio. In sostanza, lo shopping compulsivo deriva da una società edonista, che per vendere le proprie merci sul mercato ha bisogno innanzitutto di produrre veri e propri atteggiamenti, i quali a loro volta generano falsi bisogni, trasformando il prodotto in unica fonte di felicità o in uno strumento per costruire un’identità sociale. Una conseguenza di ciò è l’estrema difficoltà a riconoscere ciò che è necessario da ciò che è superfluo, finendo per acquistare quel che in realtà neanche ci serve realmente. Dunque, nonostante questa lunga fase di domanda assai debole dei mercati, la ‘consumopatia’ diviene un disagio psicologico e comportamentale ancora più grave, che può generare autentici dissesti finanziari nel bilancio familiare, che porta a compiere ‘passi’ più lunghi delle nostre gambe, vere e proprie crisi di acquisto, una smania delle spese che è stata definita da alcuni esperti ‘oniomania’, cioè mania del comprare. Un comportamento guidato dall’impulso urgente e irrefrenabile ad acquistare beni, soprattutto di tipo ‘superfluo’. Ma come possiamo distinguere un acquisto ‘malato’ da uno di tipo normale? Da una serie di ‘segnali’, ovviamente: a) quando il denaro investito nello shopping è eccessivo rispetto alle proprie possibilità economiche; b) quando gli acquisti si ripetono più volte nell’arco di una settimana; c) quando questi perdono la loro ragione d’essere, ovvero allorquando si compra pur di comprare, a prescindere dai nostri reali bisogni di abiti, profumi, accessori per la casa o prodotti alimentari, pur di soddisfare un bisogno inderogabile e imprescindibile; d) quando lo shopping risponde a un bisogno che non può essere soddisfatto, per cui il mancato acquisto crea pesanti crisi di ansia e frustrazione, che è il caso più frequente in questi ultimi anni di crisi; e) quando la dedizione agli acquisti compare come qualcosa di nuovo rispetto alle abitudini precedenti. In merito a tale argomento risulta interessante anche la visione di un film: ‘I love shopping’, tratto dal primo romanzo autobiografico scritto da Madeline Wickham con lo pseudonimo di Sophie Kinsella, divenuto poi un ‘best seller’. La pellicola tratta dal romanzo, firmata P. J. Hogan, con Isla Fisher, Hugh Dancy, Joan Cusack, John Goodman, John Lithgow, è uscita nel febbraio del 2009, a poco mesi dal tracollo economico dei ‘subprime’ e dei titoli derivati avvenuto negli Stati Uniti. Dal regista de ‘Il matrimonio del mio migliore amico’ giunse pertanto questa commedia fresca e originale, in cui la protagonista, Rebecca Bloomwood, interpretata da Isla Fisher, è una brillante ragazza inglese, laureata in economia, carina, simpatica, ma un po’ bugiarda, soprattutto nei confronti di se stessa. Ma la sua caratteristica principale è la passione smodata e sconsiderata per lo shopping, per la quale spesso finisce in mezzo ai guai. Rebecca, paradossalmente, si ritrova a dover lavorare presso una rivista economica non particolarmente ‘chic’ come lei avrebbe voluto, ‘Far fortuna risparmiando’. Testata nella quale le viene ‘affibbiato’ dal caporedattore il compito di curare una rubrica dedicata a consigli su come risparmiare. Becky, in una prima fase, trova molte difficoltà, poiché deve insegnare agli altri a risparmiare, ossia a fare ciò che lei tanto odia. Tant’è vero che si ritrova presto con l’acqua alla gola e i debiti fino al collo, senza per questo riuscire a controllare minimamente i propri acquisti. Oltre al lavoro, che considera noioso, la sua ossessione patologica per il mondo della moda la travolge e le fa vivere una serie di disavventure. Rebecca ha una migliore amica, Suze, con la quale convive e che diviene ben presto il suo ‘alter ego’. Alcune volte le fa da ‘grillo parlante’, ma alla fine quest’amica diviene colei che le consente, finalmente, di razionalizzare l’ossessione compulsiva per lo shopping. Aggiungiamo che la commedia è molto leggera e fruibile, adatta alla visione di tutta la famiglia.


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