Clelia MoscarielloLo scorso 31 ottobre, le sorelle Marinetti, trio artistico del momento, hanno debuttato con grande successo di pubblico al Teatro Manzoni di Milano con la commedia musicale ‘Risate sotto le bombe’, ambientata nel 1943. Si tratta di una rappresentazione accompagnata dal repertorio dell’Orchestra Maniscalchi che, dopo l’affermazione milanese di questi giorni, inizierà una lunga tournée teatrale in tante città e capoluoghi dell’Italia settentrionale. Il testo dell’opera è di Giorgio Umberto Bozzo e Gianni Fantoni, la regia è affidata a Simone Nardini, che ne ha curato anche i costumi e la scenografia, mentre la direzione musicale è di Christian Schmitz, con musiche suonate rigorosamente dal vivo. Oltre alle sorelle Marinetti, i cui nomi d'arte sono Turbinia, Mercuria e Scintilla (rispettivamente, Nicola Olivieri, Andrea Allione e Marco Lugli) a portare in scena questa brillante commedia dal sapore ‘retrò’ ci sono anche Gianni Fantoni, Francesca Nerozzi e Simone Sibilllano, con la partecipazione di Gabrio Gentilini. E’ uno spettacolo ambientato in un momento difficile per il nostro Paese: l’autunno del 1943, durante la seconda guerra mondiale. In un piccolo teatro di provincia, a causa di un allarme aereo, una compagnia teatrale, nel pieno dello spettacolo e con il pubblico in fuga, viene costretta a rifugiarsi in un camerino. Ciò, tuttavia, diviene l’occasione per dare il via alla performance di questi attori/attrici e cantanti che, per ingannare la paura, la fame e il tempo, iniziano a provare un nuovo spettacolo. Abbiamo voluto cogliere quest’occasione per sapere un po’ di più delle sorelle Marinetti e capire meglio la condizione in cui si trovano le compagnie teatrali in questa fase di durissima crisi economica globale. Per avere una risposta a tali quesiti ci siamo rivolti a una di queste ormai celebri sorelle: Turbìnia.

Turbìnia, lo spettacolo ‘Risate sotto le bombe’ riporta il pubblico all’autunno del 1943. A causa di un allarme aereo, una compagnia teatrale è costretta a rifugiarsi in uno spazio angusto: esiste un’analogia tra la guerra di allora e la situazione attuale di crisi che sta vivendo l’Italia? Come riuscire a esorcizzare questa fase?

“Non spetta a noi deciderlo. La commedia teatrale che stiamo portando in scena è il ricordo di un momento storico difficilissimo per l’Italia: il famoso settembre del 1943, con l’armistizio, l’occupazione straniera e tutto il resto. Se ci sono delle analogie con la crisi di oggi e con il momento drammatico che stiamo vivendo spetta al pubblico stabilirlo. Di sicuro, la Storia si ripete. Sempre. Noi non vogliamo, attraverso il teatro, inviare un messaggio politico, bensì in maniera brillante e divertente, con la musica e un bel testo, raccontare uno ‘spaccato’ della nostra Italia e, soprattutto, far riascoltare alle persone che vengono a teatro alcune musiche per così dire 'archiviate'. Il nostro è un lavoro filologico, per riportare in vita delle canzoni che, eseguite durante la guerra, sono state rimosse proprio per il motivo che ricordavano agli italiani la guerra, il fascismo in agonia e le bombe cadute soprattutto su Milano. Nello specifico, è proprio  Milano la città in cui abbiamo fatto rivivere questa storia”.

Tuttavia, il teatro sta risentendo pesantemente di questa crisi: quali ‘piazze’ si dimostrano più fedeli e quali, invece, sono veramente in crisi?
“La crisi è generale. Alcuni comuni, città e teatri usufruiscono di un sostegno maggiore da parte degli enti o dagli sponsor, riuscendo a tenere vivo il ‘cartellone’. Ma ci sono sale che non hanno ancora programmato nulla, poiché sono rimasti senza risorse. Io credo che il futuro del teatro, in questo periodo particolare, sia in mano alle nuove compagnie ‘coraggiose’, come per esempio la nostra, le quali nonostante la crisi mettono in scena nuovi spettacoli. In ogni caso, il futuro del teatro è in mano al pubblico: noi sopravviviamo non perché una produzione acquista lo spettacolo, bensì perché lo spettatore acquista il biglietto e la sala si riempie. Solo così potremo superare questo momento. Tuttavia, dobbiamo rivolgere un grande ringraziamento anche all’audacia  di produttori come il nostro ed ad altri, nonché  a teatri e produttori artistici i quali,  nonostante non ci sia un euro in circolazione, non gettano la spugna e offrono spettacoli di qualità. Perché il teatro deve essere di qualità, altrimenti non ha valore: la gente non va al teatro a vedere quello che già vede in televisione. Il teatro costituisce una lente di ingrandimento: c’è sempre un grande lavoro dietro e una grandissima professionalità. Quindi, invitiamo la gente ad andare a teatro”.

Abbiamo notato che, per questo spettacolo, avete previsto solamente ‘tappe’ collocate nel nord d’Italia, almeno per il momento: come mai?
“Il nostro ufficio stampa e quello di produzione stanno lavorando anche ad altre tappe: quando ci si muove, le programmazioni devono essere studiate. Noi vogliamo raggiungere tutta Italia, come abbiamo già fatto in passato. Non credo che i teatri del meridione siano meno attenti, o meno sensibili: si tratta solo di problemi organizzativi per una tournée. Noi cominciamo dal nostro territorio, intanto, ma  desideriamo tanto andare anche a Napoli, una piazza straordinaria per il teatro, con artisti importanti. Così come vorremmo altresì recitare in Sicilia e in Sardegna: sarebbe straordinario. Noi speriamo di essere presto anche al sud e di portare il nostro lavoro anche lì”.

Voi avete rispolverato un repertorio brani ‘swing’ composti da noti autori degli anni Trenta del secolo scorso: perché questa scelta?
“Le sorelle Marinetti interpretano la canzoni anni ’30 e ’40 per repertorio, in quanto il nostro produttore, colui che ha avuto l’idea di far nascer questo ‘trio’, voleva scrivere un libro sulla storia del famoso ‘trio Lescano’. In seguito, si è poi accorto che, per raccontare quegli anni, era più adeguato organizzare uno spettacolo in cui vi fossero quelle musiche, per raccontare quell’epoca attraverso il teatro. Riascoltando queste musiche, il nostro produttore si è infatti accorto che tantissime tra queste, composte negli anni ’30 e ’40, sono state eseguite da orchestre e da compositori italiani. Purtroppo, tantissima musica è stata dimenticata. Dunque, per noi è diventato doveroso ricordarla, per un riguardo a questi grandi autori del passato. Insomma, l’abbiamo considerato un tributo alla musica italiana. Quando parliamo di queste canzoni non ci riferiamo solo alle ‘canzoncine’ orecchiabili, ma a brani di grande qualità. Anche con gli artisti con cui ci siamo confrontati, ci siamo accorti che le canzoni del ‘trio Lescano’, tra le quali la più conosciuta è forse ‘Tulipan’, costituiscono un  patrimonio musicale inestimabile. Tuttora, avendo ascoltato 350 brani del ‘trio Lescano’, ci siamo resi conto che le loro canzoni sono più interessanti di quelle attuali e che i ‘pezzi’ sconosciuti sono più belli e interessanti di quelli famosi: abbiamo scoperto un ‘tesoro’ sottoterra. E questo tesoro è tutto italiano, poiché scritto ed eseguito da compositori italiani”.

Ma qual è il messaggio più profondo di 'Risate sotto le bombe'?
“In 'Risate sotto le bombe' sussiste lo stesso intento citato poc’anzi, perché raccontiamo un momento storico particolare, durante la seconda guerra mondiale. Ed è davvero emozionante rivivere i personaggi che sono stati i nostri padri e i nostri nonni: questa è la magia del teatro. La commedia è divertente, ma esiste anche un lato ‘amaro’: i personaggi vivono momenti di terrore, la gente era costretta a nascondersi nei rifugi, nei quali, però, emergeva sempre la voglia che la guerra finisse e, soprattutto, l’esigenza di sentirsi vicini per risolvere i problemi. Questo è il vero grande insegnamento: le persone di allora collaboravano tra loro. Questo è il vero messaggio che ci è sempre stato suggerito dai nostri nonni: vi fu una grande solidarietà in quell’epoca, l’Italia era davvero unita, nonostante fosse sotto le bombe e le macerie. Le persone stavano insieme anche nei momenti ‘bui’ e nonostante la paura di morire. Le radio dell’epoca trasmettevano le canzoni per risollevare il morale e si continuava a fare teatro: questo è il grande insegnamento che abbiamo appreso dal passato, che riproponiamo e riportiamo in scena con ironia offrendolo al pubblico. Dev’esserci una grande passione per fare questo mestiere: oggi, c’è grande crisi in questo settore, ma noi svolgiamo questa professione con grande umiltà, con il sorriso e una gran voglia di proporre cultura. Lo facciamo con ironia, interpretando questa musica e riportandola alla luce”.

Preferite essere chiamate 'signorine/perbene' e odiate i termini 'Drag queen' o 'travestiti': perché?
“Le signorine degli anni ‘30 e’ 40 del secolo scorso erano delle persone molto sobrie ed eleganti, con poco trucco, ma sempre curate e con pettinature raffinate. Noi ci rifacciamo a quel modello: il nostro riferimento è una sensualità timida, una femminilità ‘fine’, che le donne dovrebbero riconquistare. Senza voler sminuire nessuno, i personaggi come le ‘Drag queen’ sono legati al mondo delle discoteche e a quello della notte: sono persone anche molto ‘in gamba’, ma fanno parte di un ambiente assai distante dal nostro. Noi siamo artisti, attori/cantanti che interpretano ruoli femminili. Ci travestiamo,  non ci trasformiamo. C’è un grande lavoro dietro a tutto ciò: noi cantiamo dal vivo con l’orchestra ed è molto difficile cantare con la voce femminile. Non è solo apparenza:  c’è una grande differenza”.

Com’è stato collaborare con Arisa in ‘Ma l’amore no’?
“Ci siamo trovati bene. E’ stata un’esperienza carina, quella di Sanremo. Arisa ci aveva chiamati perché i cori erano armonizzati. Quella visibilità ci ha dato la possibilità di farci conoscere a un pubblico più vasto, ma il nostro terreno di gioco resta il teatro: la televisione, se c’è, ben venga. In seguito, abbiamo anche collaborato con Simone Cristicchi e Vinicio Capossela. Le nostre collaborazioni non sono mai casuali: noi preferiamo collaborare con persone vicine al nostro modo di sentire, sicuramente con cantanti ironici, o attori/cantanti”.


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