Cristian Cacace

Mario Carella è il presidente del Comitato regionale del Lazio della Fikbms (oggi Federkombat - Federazione italiana Kickboxing, Muai Thai, Savate e Shoot Boxe, ndr), pluricampione italiano ed europeo di Kickboxing. Maestro e direttore tecnico presso l'Asd Mma Boxing Center di Roma e altre strutture della capitale, ha formato e preparato atleti di livello nazionale e internazionale impegnati nelle discipline della Kickboxing (Full Contact, Low Kick, K1) e negli sport di contatto. Organizzatore e docente di corsi di formazione per allenatori, istruttori e stage tecnici federali, ha contribuito allo sviluppo e alla diffusione degli sport da combattimento, sia nella regione Lazio, sia sul territorio nazionale.

Maestro Carella, lei è stato un precursore degli sport da combattimento e un pioniere nella nascita delle prime competizioni in Italia: ci racconta come è nata la sua passione per queste discipline e com'è approdato al Full contact e alla Kickboxing?
“Vi ringrazio per la domanda. Sì, sono stato uno dei pionieri, sebbene non il primo. Insieme ai fratelli Liberati abbiamo fondato la ‘Nuovocontact '82’ e divulgato quello che all'epoca veniva chiamato Karate Contact, divenuto poi Full Contact e, infine, Kickboxing — disciplina che racchiude specialità come il Full Contact, il Low Kick e la K-1. Abbiamo svolto un grande lavoro di divulgazione e, oggi, abbiamo raggiunto risultati molto importanti, fino al riconoscimento finale come Fsn (Federazione sportiva nazionale, ndr)”.

Avendo vissuto gli sport da combattimento fin dagli esordi e mantenendosi sempre ai massimi livelli — prima da atleta, poi come Maestro e, infine, in veste di dirigente — quali differenze principali riscontra tra il panorama attuale rispetto a quando lei ha iniziato?
“Anche questa è una domanda interessante: da atleta, ci sono ovviamente delle difficoltà legate alla preparazione, al controllo del peso e all'ansia per i combattimenti. Tutti problemi che, comunque, si superano con l'esperienza. Da dirigente, invece, l'impegno rimane altrettanto alto, proprio perché bisogna mantenere un ‘trend’ che porti la Federazione verso risultati di continua espansione e crescita. Il ruolo dirigenziale è complesso: se si accontenta qualcuno, si rischia inevitabilmente di non soddisfare qualcun altro in un altro settore. Ciò perché, oggi, siamo una Federazione di sport da combattimento che non comprende soltanto la Kickboxing, ma include anche la Savate, la Shootboxing, le Mma, la Muay Thai e il Sambo. E’ dunque necessario riuscire a sintetizzare e a unire tutte queste diverse realtà”.

Nel corso degli anni, le varie organizzazioni si sono unite svolgendo un lungo lavoro per avvicinarsi al sogno olimpico: quali possono essere i risvolti futuri di questo traguardo, per la Federazione e per l'intero movimento?
“Per quanto riguarda l'olimpismo, erano state fatte delle promesse che, però, non sono state mantenute. Tuttavia, io credo che la strada sia quella giusta. Tenteremo di accedere con due discipline: il Point Fighting e la Kickboxing K1. Per adesso, a livello di giochi olimpici europei, siamo stati riconosciuti con il Full Contact e il K1. Il futuro della disciplina rimane comunque legato all'aspetto politico, alle visualizzazioni e al mondo degli sponsor: speriamo di raggiungere il traguardo del riconoscimento olimpico”.

C'è un aneddoto curioso o particolarmente significativo legato a una delle sue prime gare che le andrebbe di condividere?
“Ci sarebbero tantissimi aneddoti da raccontare. Ricordo, per esempio, i primi anni, quando partivamo in undici su un pulmino da nove posti. Facevamo dei viaggi allucinanti e arrivavamo alle gare già pronti a gareggiare, senza neanche il tempo di mangiare qualcosa: scendevamo dal mezzo e salivamo direttamente sul campo di gara. Oggi, i tempi sono cambiati e la situazione è decisamente migliorata: gli atleti della nazionale arrivano con calma, alloggiano in una struttura, rientrano nei limiti di peso e, solo dopo, gareggiano nelle condizioni più adeguate”.

Oggi che opera come dirigente e si dedica all'insegnamento, in che modo trova che siano cambiati gli atleti di adesso, rispetto a quelli della sua epoca?
“C'è stato un cambiamento sostanziale: se, all'epoca, su dieci persone, nove combattevano, oggi ne combatte soltanto una. Ciò è dovuto, in parte, al benessere e, in parte, al contesto sociale attuale, in cui molti ragazzi passano troppo tempo al telefono. Di conseguenza, perdono quelle capacità motorie che noi in palestra — o almeno io, sulla base della mia esperienza — dobbiamo riproporre e ricostruire. Ci troviamo, perciò, di fronte a persone che non riescono a svolgere nemmeno una semplice corsa. Adesso è tutto un po' più difficile, mentre prima era decisamente più semplice”.

In Italia, i riflettori sono spesso puntati solo sui soliti sport: come si stanno posizionando le discipline di combattimento e cosa si potrebbe fare per incentivare la pratica, dai più giovani agli adulti?
“La punta dell'iceberg è sempre quella visibile: ci sono gli sport più conosciuti, come il calcio, il basket e la pallavolo. Ma per quanto riguarda gli sport da combattimento, al di sotto della superficie siamo in piena espansione: c'è molta ‘carne al fuoco’. Il problema è che non abbiamo modo di farci notare, perché esistono tantissimi settori — dalle arti marziali alle varie discipline di combattimento come la nostra — ed è difficile farsi largo. Inoltre, è tutto strettamente legato alla visibilità televisiva e agli sponsor, ovvero a quei settori in cui ‘girano’ i capitali. Prendiamo il tennis, per esempio: sono riusciti a ottenere risultati incredibili, sia perché hanno scoperto, finalmente, grandi atleti, ma anche perché ci sono stati forti investimenti economici. Noi, da parte nostra, cerchiamo di crescere un passo alla volta, anche se per noi il percorso è molto più lento rispetto a quello degli sport di massa”.

Dopo il percorso fatto e i traguardi raggiunti, le è rimasto ancora un sogno nel cassetto per questo settore che vorrebbe realizzare?
“Il sogno più grande è l'olimpismo: riuscire a portare dei ragazzi alle Olimpiadi e partecipare come sport di combattimento. Questo è il traguardo più importante che ci siamo prefissati. Siamo già diventati una Federazione sportiva nazionale e ciò rappresenta un grandissimo risultato. Arrivare alle Olimpiadi, ottenere delle medaglie ed essere riconosciuti come uno sport di rilievo, sono i sogni che, speriamo, non rimangano nel cassetto”.
 


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