
Con la cerimonia di premiazione, si è conclusa ufficialmente la recente Mostra del Cinema di Venezia 2026. E’ dunque arrivato il momento di tirare le 'somme'. È stata un’edizione un po’ diversa da quelle degli anni passati, scarna di film 'hollywoodiani', ma comunque di altissimo livello, sia all’interno del concorso principale, sia nelle sezioni collaterali. Qiesta volta, però, è andata molto bene anche per i film italiani, piuttosto numerosi, che sono riusciti a distinguersi nonostante la quasi totale assenza di premi. A tal proposito, ha sorpreso non poco l’assegnazione del Leone d’oro a 'Woman Unknown' di Mayy al-Tukhi: era l’unica opera in concorso a essere diretta da una donna e ha vinto nonostante avesse appena ottenuto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla protagonista, Mathilde Arcel. Una cosa del genere non si verificava dal 2004, con 'Il segreto di Vera Drake' di Mike Leigh e, in generale, la storia della Mostra veneziana conta pochissimi esempi simili. Il regolamento, infatti, prevede che un film non possa ricevere più di un riconoscimento, a meno che non si tratti del Leone d’oro e di un premio a un attore. Ma anche in quel caso, la giuria dev’essere unanime. Il fatto che tutte queste circostanze, più uniche che rare, si siano verificate per un film di certo molto valido, ma non abbastanza da sbaragliare con ampio margine la concorrenza, ha reso la decisione della giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal, una delle più controverse degli ultimi anni. Nei giorni precedenti, la Gyllenhaal aveva espresso il proprio disappunto per la mancanza di registe donne in concorso. Ed è nato il sospetto che abbia voluto rendere questo Leone d’oro un messaggio politico e simbolico, più che un’attestazione dei meriti effettivi dell’opera. Fino alla cerimonia, i film più quotati per la vittoria finale erano tre: il coreano 'Possible Love' di Lee Chang-dong; l’americano 'Wild Horse Nine' di Martin McDonagh; e il giapponese 'Look Back' di Hirokazu Kore’eda. Quest’ultimo, ha lasciato il festival a 'bocca asciutta', mentre al secondo è andata la Coppa Volpi maschile (a John Malkovich) e al primo il Leone d’argento - Gran premio della giuria. In 'pole position' c’erano anche 'Naza' - il documentario dei registi di 'No Other Land', che hanno raccolto le testimonianze dei soldati dell’Idf sul massacro di civili a Gaza - e 'Dau': un biopic di oltre tre ore dedicato al fisico sovietico, Lev Landau. Entrambi hanno comunque ottenuto riconoscimenti, rispettivamente con il Premio speciale della giuria e il Leone d’argento per la miglior regia. Tanta incertezza prima del verdetto non capitava da tempo. Segno che la qualità generale della selezione di quest'anno era ottima. Non è pesata affatto la presenza limitata di Hollywood, che da qualche anno preferisce evitare di presentare i suoi film di punta in festival importanti come Venezia e Cannes, al fine di evitare 'stroncature' che rischierebbero di compromettere anche gli incassi. Come è successo nel 2023 a 'Indiana Jones e il quadrante del destino', rivelatosi un 'flop' al botteghino dopo l’accoglienza poco calorosa a Cannes di poche settimane prima; oppure a 'Joker: Folie à Deux', demolito dalla critica internazionale proprio a Venezia nel 2024 e poi diventato uno dei più grandi insuccessi commerciali di quell’anno. Sul 'red carpet' hanno comunque sfilato star come Robert Pattinson, Russell Crowe, Danny Boyle, Javier Bardem, Penélope Cruz, Casey Affleck, Alicia Vikander e George Clooney. Tuttavia, gli ospiti più illustri sono stati gli Oasis, che hanno presentato il loro documentario: 'Oasis: Don’t Look Back In Anger'. Emblematico, in ogni caso, il fatto che la rappresentazione migliore degli Stati Uniti sia arrivata non dagli americani, ma da un giapponese - Shin’ya Tsukamoto con 'Mr. Nelson, Did You Kill People?'’ - che li inquadrava con la sua macchina da presa per la prima volta in carriera. E’ stata una Venezia di grandi ritorni: Lee Chang-dong non faceva un film dal 2018, mentre Werner Herzog ('Bucking Fastard') e Marco Bechis ('Ritorno a Buenos Aires') sono tornati alla finzione dopo anni di documentari – sette nel primo caso, quasi venti nel secondo. Soprattutto, è sbarcato nuovamente al Lido, Nanni Moretti, che non partecipava alla Mostra dal 1989, quando la mancata selezione in concorso di un film importante come 'Palombella rossa' causò uno 'screzio' - mai confermato - tra il regista e la direzione artistica durato fino a oggi. 'Succederà questa notte' è il titolo del suo ultimo film: una storia d’amore con Louis Garrel e Jasmine Trinca che è piaciuta poco ai 'puristi morettiani' e ai più cinici, poco avvezzi al romanticismo. Positivo anche il riscontro per (quasi tutti) gli altri film italiani in competizione per il Leone d’oro. In particolare, 'L’estranea' di Paolo Strippoli e 'Il fuoco che ti porti dentro' di Edoardo De Angelis. Meno bene, invece, 'The Echo Chamber' di Andrea Pallaoro, che ha tentato di mettere in scena un soggetto postumo di Bernardo Bertolucci, ma con scarsi risultati. Basti pensare che, durante la 'proiezione-stampa' mattutina, una scena, in particolare, ha provocato un applauso di derisione in tutta la sala. In realtà, gli italiani sono andati meglio al di fuori del concorso. 'I figli della scimmia', esordio alla regia di Tommaso Landucci e presentato nella sezione 'Orizzonti' (dove trovano spazio i cineasti emergenti), si è aggiudicato sia il premio per la miglior sceneggiatura (firmata da Landucci stesso e da Damiano Femfert), sia quello per il miglior attore, riconosciuto a Riccardo Scamarcio. In parallelo, 'Serpenti' di Roberto De Paolis Maino, con Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Leonardo Lidi, ha colpito positivamente per il suo umorismo 'nero' e il suo approccio alla commedia assai diverso da quello che caratterizza molte produzioni 'nostrane'. Italiana anche l’unica serie presentata (fuori concorso) verso la fine della Mostra: 'Peccato' di (e con) Emanuela Fanelli. Si tratta di un 'mockumentary' che immagina una vita 'alternativa' dell’attrice e comica romana. Sulla 'serialità' sembra esserci stato un dietrofront rispetto a quando, appena due anni fa, il direttore, Alberto Barbera, annunciava, per quell’edizione, la proiezione integrale di ben quattro show televisivi, tra cui 'Disclaimer' di Alfonso Cuaron e 'M - Il figlio del secolo' di Joe Wright, sull’ascesa al potere di Benito Mussolini (un ottimo lavoro, peraltro, ndr). Nel 2025, le serie erano sempre quattro, ma hanno catalizzato meno attenzione e, forse, per il 2026, si è preferito puntare su altro. I documentari, per esempio. Non che gli anni scorsi non ce ne fossero, ma quest’anno erano diversi quelli realizzati da grandi autori. Luca Guadagnino ha portato il suo, della durata 'mostruosa' di sette ore e mezzo, sull’eredità di Bernardo Bertolucci. Ma non è stato l’unico a non risparmiarsi sulla lunghezza: Alex Gibney, in 'Musk', ha impiegato quattro ore (che, però, sembrano la metà, ndr) per raccontarci chi è davvero il magnate 'tech' proprietario di Tesla, Starlink, SpaceX e X, Elon Musk; a Mariano Llinás, invece, ci sono volute ben cinque ore e mezzo per la sua 'Biografia di Jorge Luis Borges’. Più contenuti, Wim Wenders, Takashi Miike e Tsai Ming-liang con i loro 'From Inside Out - The Architecture of Peter Zumthor', 'Shumei: The Living Legacy of Kabuki' e 'Dust'. In definitiva, questa 'Venezia 83' si è rivelata gradualmente più solida di contenuti, rispetto al recente passato. Pochi Stati Uniti, una 'buona Italia' e tanta, straordinaria, Asia, in un festival che ormai non appare più legato a 'doppio filo' alla stagione dei premi americani - sancito con 'La forma dell’acqua' e 'Joker', in seguito 'spezzato' proprio con il suo sequel, 'Folie à Deux' - ma aperto a uno 'sguardo' sempre più ampio e internazionale. Uno 'sguardo' del quale, come spesso accade, più che di un Leone d’oro di compromesso, ci ricorderemo di tutto il resto.