Ludovica Zurzolo

Il ritiro sociale di adolescenti e giovani è un fenomeno sempre più osservato, anche in Italia. Nel Lazio, il tema è stato affrontato dal Corecon e, di recente, è arrivato all’attenzione della Regione. Una porta chiusa può raccontare molto più di quanto sembri. E dietro quella porta può esserci un adolescente che, progressivamente, smette di uscire, rinuncia agli amici, alla scuola, alle attività quotidiane e riduce sempre più i rapporti con il mondo esterno. E' il fenomeno degli 'hikikomori': una forma di ritiro sociale prolungato che riguarda soprattutto adolescenti e giovani adulti e che, anche nel Lazio, sta entrando con sempre maggiore evidenza nel dibattito istituzionale. Lo scorso 24 settembre, l’assessore all’inclusione sociale e ai servizi alla persona della Regione Lazio, Massimiliano Maselli e la garante regionale per la tutela delle persone con disabilità, Anna Teresa Formisano, hanno incontrato Elena Carolei e Giovanna Dragonetti di 'Hikikomori Italia Genitori Ets', rispettivamente presidente dell’associazione e coordinatrice per il Lazio. Al centro dell’incontro, la necessità di comprendere meglio la questione e di rafforzare il sostegno alle famiglie. “E’ un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani e si tratta di una tematica sociale molto delicata, sulla quale, come Regione Lazio, presteremo la massima attenzione, soprattutto verso le famiglie”, ha dichiarato Maselli, sottolineando inoltre l’importanza di sensibilizzare Asl, scuole e università, affinché siano in grado di offrire risposte efficaci. Il fenomeno non è circoscritto al Giappone. Secondo i dati di Espad Italia 2024 del Cnr, il 2% degli studenti italiani tra i 15 e i 19 anni risulta classificabile come 'hikikomori' sulla base di un isolamento volontario protratto per almeno sei mesi: una quota corrispondente a quasi 50 mila adolescenti. Internet occupa un posto particolare in questo 'quadro': può favorire il mantenimento dell’isolamento, ma non è corretto considerarlo automaticamente la causa del fenomeno. Per alcuni giovani rappresenta, infatti, anche uno dei pochi strumenti attraverso il quale mantenere un contatto con l’esterno. Per le famiglie riconoscere il problema non è semplice: l’isolamento può iniziare lentamente e venire interpretato come pigrizia, ribellione, eccessivo uso dello smartphone o normale conflittualità adolescenziale. Quando, però, il ritiro diventa persistente, la porta chiusa della camera può essere il segnale di un disagio più profondo. Intercettare questi segnali precocemente significa creare intorno al giovane una rete di ascolto e di sostegno che coinvolga la famiglia, la scuola, i servizi sanitari e il territorio. L’obiettivo non è semplicemente far uscire il ragazzo da casa, ma comprendere le ragioni dell’isolamento e accompagnarlo, con temi adeguati, verso una graduale riapertura alle relazioni e alla vita sociale.
 


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