Paolo Vannini

In vista delle elezioni europee e del rinnovo di moltissime amministrazioni locali - la primavera del prossimo anno - impazza il dibattito sul sistema di voto (si parla sempre più di proporzionale con soglia di sbarramento e soppressione delle preferenze) e sulla selezione del personale politico (primarie o altro). In questo contesto, Firenze e la Toscana sembrano poter rappresentare una sorta di laboratorio politico per il resto del Paese. E’ con un occhio non localistico che si deve osservare ciò che sta accadendo in riva d’Arno all’interno del Partito democratico da qualche tempo a questa parte, e quello che succederà nelle settimane e nei mesi a venire, per la scelta del candidato sindaco. E ancora, è con un attenzione non limitata alla Toscana che si deve analizzare ciò che invece accadde circa quattro anno fa, con l’approvazione della legge elettorale regionale. Queste due vicende, infatti, sembrano indicare due vie maestre, fra loro contrapposte, sul coinvolgimento vero e reale dei cittadini in occasione di una tornata elettorale. E, a seconda di quale strada sarà imboccata, si capiranno meglio gli sviluppi non solo del nostro sistema elettorale ma, più in generale, del sistema democratico del nostro Paese. Partiamo dalla legge elettorale regionale. Quel sistema di voto fu il prodotto di un accordo voluto fortissimamente dai Ds e da Forza Italia (ma anche da An), osteggiato dall’allora Margherita e dai partiti più piccoli. Si trattava, in nuce, di qualcosa di molto simile a quello che è stato poi il cosiddetto “Porcellum”, con il quale abbiamo votato per due volte di seguito alle ultime elezioni politiche: proporzionale con soglia di sbarramento, liste bloccate e niente preferenze. L’esempio toscano è diventato un modello: servì a Calderoli e c. per produrre quella che il medesimo ministro leghista definì una “porcata” e servirà a Berlusconi (il più acceso nel sostenerla) per riproporre anche per l’Europa un proporzionale con sbarramento e abolizione delle preferenze. Il che ha già significato e significherà due cose: semplificazione del quadro politico (in linea teorica positiva) e scelta dei candidati devoluta solo e soltanto ai vertici ristretti dei partiti. Cosa quest’ultima che, sia chiaro, a dispetto di quello che molti dicono, fa piacere a tutti i partiti, piccoli e grossi, ma che toglie di fatto agli elettori ogni possibilità di scelta. Un sistema elettorale con liste bloccate, senza preferenza o senza un sistema preventivo di indicazione dei candidati, è un modello che rimette solo alla ‘cupola’ partitocratica la formazione delle assemblee degli eletti, parlamento nazionale o europeo poco cambia. Questo finale verso il quale ci stiamo indirizzando ha, fra i tanti, un artefice principale: il coordinatore nazionale di Forza Italia, Denis Verdini. Fu infatti Verdini a volere più di tutti, quando era solo ‘numero uno’ in Toscana, un sistema che lo trasformasse in ‘padre – padrone’ non solo della vita del partito ma anche di chi lo avrebbe rappresentato nell’aula del consiglio regionale evitando, con le liste bloccate, qualsiasi sorpresa. Ed è lo stesso Verdini che, oggi, con l’appoggio completo del leader massimo Berlusconi, ripropone la stessa minestra anche per l’Europa, dopo averla fatta trangugiare per Camera e Senato. Con l’aggravante di una soglia di sbarramento ancora più alta. A questa spinta fortemente impressa dal nuovo vertice di FI e, di fatto, del Pdl - An è ormai poco più di una comparsa nel film del partito unico - ha fatto riscontro un sostanziale assenso (per la legge regionale toscana) o una timida opposizione (per quella nazionale) del centrosinistra: e che il Pd sia tutt’altro che contrario all’abolizione delle preferenze e allo sbarramento alto alle europee è più di una probabilità. Il quadro sembra ormai chiaro: finito il tempo (per i partiti, non per gli elettori) del sistema maggioritario e dei collegi uninominali – dove esiste un rapporto diretto fra eletto ed elettori – sta finendo anche il tempo delle preferenze dove, pur fra i tanti limiti che queste hanno dimostrato negli anni, esisteva pur sempre una possibilità di scelta. Quindi, ogni decisione è devoluta alle segrete stanze di ville sfarzose (centrodestra) o di qualche ‘loft’ (centrosinistra). Non resta che l’arma delle primarie o di qualche altra forma di coinvolgimento di iscritti e simpatizzanti. Il centrodestra, per bocca del suo ‘ras’ Verdini, le esclude a priori (e sennò come fa a decidere tutto lui?), il Pd ci sta provando. E sta per iniziare a farlo davvero, per la prima volta proprio a Firenze. Quel che si intravede all’ombra della cupola del Brunelleschi è uno scontro feroce di tutti contro tutti, un frutto ancora acerbo di un futuro sistema tutto da perfezionare anche se, vivaddio, è almeno un barlume di prova democratica. Come andrà a finire (a Firenze la parola più in voga è “maialaio” e non è precisamente una raffinatezza) nessuno lo sa: probabilmente, il partito riuscirà in extremis a ridurre il numero di partecipanti e a condizionare fortemente la partita. La vecchia nomenclatura ci proverà, ma un dato è ormai certo: un processo è già in atto e sarà difficile fermarlo. Quattro candidati – l’assessore comunale Daniela Lastri, il suo collega di giunta, lo “sceriffo” Graziano Cioni (entrambi ex Ds), il deputato Lapo Pistelli e il presidente della Provincia in carica Matteo Renzi (ex Margherita quest’ultimi due) – hanno già fatto sapere di voler giocarsi la partita, mentre il più volte annunciato candidato forte voluto dai vertici del Pd, l’assessore regionale Riccardo Conti, ha desistito (lui voleva solo una partita a due, magari da vincere come hanno fatto a suo tempo Prodi e Veltroni). Ripetiamo: come andrà a finire è troppo presto per dirlo (le primarie ci saranno all’inizio del 2009 e si voterà nella successiva primavera per sindaco e consiglio comunale) ma resta un dato incontrovertibile: per il Pd sarà arduo tornare indietro dalla strada di primarie con autocandidature e lotta aperta e vera. Che per ora appassiona soprattutto i giornali locali, strapieni di cronache, commenti e analisi, ma che alla fine coinvolgerà anche iscritti e simpatizzanti del centrosinistra. In attesa di sapere cosa deciderà Verdini per il centrodestra. Certo, c’è un approccio molto diverso fra il modo in cui centrodestra e centrosinistra sceglieranno il loro candidato sindaco: Verdini con l’imprimatur di Berlusconi da una parte, migliaia di militanti dall’altra. Non importa avere particolari entusiasmi per il neonato Pd (e noi non li abbiamo) per notare la differenza.


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Paolo - Berti - Mail - lunedi 6 ottobre 2008 15.48
Condivido pienamente, aggiungendo che il sistema proporzionale con le preferenze e lo sbarramento al 4-5% Ŕ quello pi¨ rappresentativo della volontÓ degli elettori , che da pi¨ loro la facoltÓ di scelta e che Ŕ meno esposto ai diktat delle segreterie di partito. L'elettore con il "majalajo"attuale nnon ha voce in capitolo alcuna, si Ŕ voluto scimmiottare un sistema che non ci appartiene (quello americano) senza averene la tradizione, la storia, i percorsi e tantomeno le forze politiche.


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