Michela ZanarellaIn un romanzo scritto a 'quattro mani' la storia vera di due donne che, dal loro dramma, sono riuscite a trovare la forza per ricominciare

Silvietta e Linda sono due 'ragazze-madri'. Ognuna ha un percorso esistenziale diverso. Ma qualcosa di doloroso le accomuna: la violenza subìta. Sono loro le protagoniste del libro scritto da Maria Castaldo e Michele Gardoni intitolato 'Il senno di noi', edito da David and Matthaus Edizioni. Si tratta di un esordio per la giovane autrice che, affiancata dal compagno, è riuscita a raccontare due realtà non facili con una scrittura semplice, lineare, molto 'visiva'. Un romanzo che da subito si presenta come un lavoro editoriale particolare, diverso da ciò che si trova di solito sugli scaffali delle librerie. C'è un'umanità autentica tra le pagine. E il romanzo vuol essere una denuncia verso un fenomeno che, purtroppo, è sempre più diffuso nella nostra società, ma al contempo un mezzo per far capire alle diverse generazioni che si può intervenire, che si può educare al rispetto dei sentimenti e ai cambiamenti. Non si fermano i 'femminicidi', non accennano a diminuire gli atti brutali verso madri, mogli, fidanzate, donne di ogni età. E' quindi necessario parlarne, informare, senza lasciare che tutto 'cada' e 'accada' nell'indifferenza comune. Maria Castaldo ha scelto un linguaggio spontaneo, che possa arrivare a chiunque proprio perché vuole dare al lettore la possibilità di far suo il contenuto, di sentirsi parte attiva di ciò che viene narrato. Ed è questo suo modo di affrontare l'argomento con intelligenza, con la giusta attenzione, quasi in disparte, che rende questo volume interessante. Non c'è la pretesa di dare insegnamenti, né l'intenzione di muovere a pietà chi legge, ma la volontà di far percepire il coraggio delle protagoniste nel loro riprendersi la propria vita, di trovare il 'lato bello' delle cose nonostante la sofferenza incontrata.

Maria Castaldo, 'Il senno di noi' segna il tuo esordio nel mondo letterario: che cosa ti ha spinto a pubblicare questo romanzo?
"Non avrei mai pensato di scrivere un libro, tantomeno di scrivere di violenza su noi donne. Credo che questo libro sia nato totalmente da solo. Qualche anno fa, ho iniziato a frequentare un'associazione che si occupa di violenza contro le donne che operava in modo 'strano', almeno secondo quello che io credevo fossero i canoni corretti. Non era la classica struttura o il centro antiviolenza in cui le persone si trovano per essere assistite, ma c'erano donne (o ragazze, come preferiscono definirsi) di tutte le età, che si confrontavano raccontandosi la propria quotidianità, spesso nemmeno parlando di quanto avevano subito. Mi è stato spiegato che loro si occupavano solo dell'ascolto e, per quanto tutto mi sembrasse incomprensibile, ho iniziato anche io a interagire e, un po' alla volta, ho potuto conoscere molte di loro. Con una, in particolare, Silvietta, è nata una grande intesa. Poco per volta, ha iniziato ad aprirsi con me e siamo diventate amiche legatissime. Quando ho conosciuto la sua storia ho capito la vera forza di noi donne. Ho compreso di cosa siamo capaci quando siamo chiamate a reagire: in pratica, ho avuto modo di veder concretizzato di fronte a me l'ideale di 'eroina' e così, prendendo appunti, la storia è diventata, in oltre tre anni di lavoro, un libro. Anche Linda fa parte di questo gruppo. E anche con lei è nata una grande amicizia, forse non così profonda, ancora, come con Silvietta, ma altrettanto importante per il valore della sua storia. Sono rimasta sorpresa nel vedere che, spesso, dietro a tanto buio, si nascondono persone o donne come loro, che non amano mettersi in mostra. Anzi, non si fanno proprio vedere, in certi casi. Eppure, nonostante questo, lavorano in silenzio per costruirsi una nuova vita fatta di riscatto e di coraggio".

Il libro è un lavoro editoriale scritto a quattro mani: come ti sei trovata a scrivere insieme a Michele Gardoni?
"È stato sicuramente particolare. Inizialmente, mi ha suggerito come avrei dovuto impostare il testo: i miei erano appunti presi senza un filo logico e riordinarli era difficile. Mi ero rivolta a lui per scaricargli questo 'onere' e invece, per tutta risposta, mi sono trovata una lista di compiti per impostare meglio il discorso con in più l'ordine perentorio: "Ora fallo"! Proseguendo il lavoro, tutto è andato più o meno allo stesso modo: spesso mi faceva notare che una parte andava sviluppata meglio, ma insisteva nel dirmi che ero io a doverla sistemare. Alla fine, quando, anche secondo lui, il testo era completo mi ha fatto il primo 'editing'. Altro contributo importante è stato quello di darmi il punto di vista 'maschile' sugli avvenimenti. Ciò mi ha aiutata molto nella gestione della storia, specie quando dovevo 'distaccarmi' dal modo di ragionare delle protagoniste, che ormai, essendo diventate buone amiche, era molto vicino anche al mio pensiero".

Che cosa ha significato per te raccontare la storia di Silvietta e Linda, le due protagoniste? Cosa lega entrambe?
"In realtà, il solo punto che lega le protagoniste è la solitudine: nel primo caso, si tratta di una solitudine fisica e oggettiva; nel secondo, è dovuta a comportamenti della società, che arriva a condizionare a tal punto una ragazza da farle credere che, se non si uniforma ai comportamenti e alle mode, deve isolarsi. Una delle cose che mi ha sempre colpito delle due storie è che, malgrado abbiano avuto un contesto diametralmente opposto, in loro le paure e i pensieri erano praticamente identici. Questa cosa mi ha fatto riflettere parecchio e anche per questo ho desiderato fortemente scrivere il libro: c'era la possibilità che molte persone, leggendo, capissero come quelli che sembrano i propri problemi siano, invece, questioni comuni a molte altre persone e che quindi, in queste pagine, avrebbero potuto trovare un aiuto".

Violenza sulle donne: una tematica purtroppo sempre attuale, ma spesso non affrontata con la giusta attenzione. Come ti sei posta rispetto al problema e che cosa rende questo libro 'particolare' rispetto agli altri?
"Parlando con molte persone, incontrate proprio grazie a questo testo, mi sono resa conto che ognuno ha un suo modo di vedere la cosa, ma che ci sono due comportamenti che spesso si ripetono: la reazione automatica di allontanamento, quasi come se non parlandone il problema sparisse; e quella di distacco e noia, che sembra voler dire: "Adesso basta, si parla sempre e solo di questo". Mi sembrano due modi sbagliati di reagire. Io credo che andrebbe approfondito l'impegno nella sensibilizzazione verso l'argomento, che non vuol dire solamente chiedere alle persone di schierarsi contro la violenza, (quello è scontato ed è comune per tutti). Io non ricordo di aver mai sentito nessuno dire: "Io sono a favore della violenza e di chi picchia". Ciò che si dovrebbe chiedere è di ragionare sui comportamenti che portano gli uomini a ritenere ovvio che, di fronte a un momento di rabbia, sia loro concesso di tirare uno schiaffo. E quando parlo di 'sensibilizzazione', credo che non ci si debba rivolgere solo ai 'maschietti', ma principalmente a noi 'femminucce' che, nonostante le mille campagne, in molti casi siamo ancora convinte che un uomo che perde le 'staffe' per paura di perderci, sia un innamorato che dimostra il proprio 'attaccamento'. E non riusciamo a comprendere che quel comportamento è la negazione stessa dell'amore. Anche se posso sembrare una voce 'fuori dal coro', ritengo necessario anche riparlare con i più grandi, mamme comprese, perché capiscano che con la classica frase: "Tu sei una ragazza e queste cose non dovresti farle" forniscono un'attenuante ai maschi prevaricatori, ponendo limiti ingiusti alle donne che lottano per la loro libertà. Questo libro non ha la pretesa di insegnare qualcosa: vuole solo raccontare la vita di due donne eccezionali, due ragazze capaci di costruire qualcosa di importante anche rinunciando ai 'selfies'. Donne che hanno preferito alle foto 'svestite' sui 'social', mettere a nudo la propria anima, insegnando a vivere, non a sopravvivere con consigli, ma con l'esempio".
 
Il libro è divenuto un caso editoriale ancor prima della sua uscita ufficiale: come stai vivendo questo interesse verso la tua scrittura?
"Conosco bene le difficoltà del mondo editoriale, perché lavoro in una casa editrice da anni e vedere come ogni cosa stia girando nel verso 'giusto' mi rallegra. Come dice il mio editore so che, ancora, dobbiamo fare tantissimo. Tuttavia, mi sono resa conto di aver ricevuto un forte incoraggiamento, sia dalla stampa, sia dagli addetti ai lavori, che hanno subito mostrato molta attenzione al mio testo. Voglio continuare a mettercela tutta per dimostrare a me stessa che merito tutto questo".

Prima di diventare un romanzo, il testo è stato portato in scena in teatro: un progetto in continua espansione quindi. Ci sarà spazio anche per il cinema?
"La rappresentazione teatrale, come ogni cosa legata a queste storie, è nata quasi per caso. In realtà, a teatro è stata rappresentata, in modo impeccabile, dalla compagnia dei 'SognAttori', una storia liberamente ispirata al mio libro. Quest'esperienza ha suscitato l'attenzione di alcuni registi teatrali, che ora stanno trattando con noi per la rappresentazione dell'opera effettiva, in modo professionale. Devo dire che tutto questo mi ha fatto innamorare ancor di più del teatro. E ogni scusa è 'buona' per poterci tornare. Per quanto riguarda il cinema, anche qui le cose stanno andando avanti: si è mosso l'interesse di alcune case di produzione e di un paio di registi, ma è ancora tutto a uno stato embrionale. Vedremo come andranno le cose, ma comunque andrà, sono contenta dell'interesse ricevuto".

La scrittura per sensibilizzare e informare: hai in programma una collaborazione con le scuole? Ci anticipi le prossime tappe?
"Sì, le scuole sono, per me, il primo degli obiettivi. Ci penso spesso a come, anche a me, sarebbe servito, quando andavo a scuola, sentir parlare qualcuno che mi raccontasse di vite vere. Mi rendo conto che, spesso, siamo condizionate dal contesto in cui viviamo, o dalle esperienze dei nostri amici. Ai tempi, avere un uomo che diceva di essere innamorato e chiedeva di rinunciare a se stesse per non ferirlo, sembrava essere la cosa più importante di tutte. Oggi mi rendo conto, invece, che amare è l'esatto opposto, ovvero lasciare completamente libera la persona a cui teniamo. Non credo sia colpa di nessuno, nemmeno del comportamento maschile: in fin dei conti, anche loro ricevono lo stesso insegnamento dal contesto in cui si forma la loro personalità. Ma avere dei confronti con l'esterno e, ripeto, con le vite altrui, è sicuramente di grandissimo aiuto. Ho fatto richiesta a più licei di andare a presentare il mio libro e, a quanto pare, ho trovato, anche in questo caso, persone molto ricettive e attente, che sono contente di questa proposta".


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